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LA CHIESA DI ANITA (FE)
A 73 ANNI DALLA FONDAZIONE DEL ‘VILLAGGIO RURALE’

Francesco Pertegato

(con una testimonianza di Vander Penazzi)


Indicazioni di lettura:

le illustrazioni compaiono cliccando sui rispettivi numeri, in verde entro parentesi tonda (...);
le note, riportate in fondo al testo, sono segnalate in azzurro entro parentesi quadra [...].


La bella e per alcuni aspetti singolare chiesa di Anita di Argenta - purtroppo in una situazione di avanzato degrado, accentuatasi dopo le recenti scosse sismiche -  fa parte di un complesso architettonico certamente di pregio, costruito nell’ambito del vasto programma edilizio extra urbano che il fascismo realizza in Italia tra il 1928 e il 1939 e che si protrae fino ai primi anni di guerra. La mancanza di documenti noti sull’opera ci induce ad indagare su quanto avvenuto nei centri maggiori coinvolti dal piano, per poter afferrare come questo venga tradotto in un minuscolo centro, creato in un’area di bonifica chiamata valle Umana da un antico toponimo. L’inquadramento storico che precede la trattazione della chiesa ha lo scopo non solo di cogliere le modalità della sua costruzione nel nuovo contesto ‘urbanistico’ ma anche di mettere in luce come una visione della realtà alterata dall’intento propagandistico sia la premessa che ha condotto alla sua preoccupante situazione attuale.


1. Bonifica, ruralizzazione e borghi  ‘di fondazione’

La realizzazione ex novo di un numero tuttora incerto (una sessantina[1]) di città e borghi rurali  -  Mussolini preferiva chiamarli comuni rurali - rappresenta  l’espressione concreta dei due principali programmi del governo fascista nella fase definita ‘del consenso’ da Renzo De Felice - la ruralizzazione[2] e la bonifica integrale[3] - che il duce pone in essere una volta conclusa l’azione punitiva nei confronti dei settori dissenzienti della società, in particolare allo scopo di sottrarre il variegato movimento cooperativo alle influenze dei partiti politici.
Non si tratta di programmi elaborati a tavolino, espressione di un’ideologia che nel 1928 è ancora in formazione, quanto del tentativo di dare una risposta alle due maggiori emergenze che il fascismo, diventato governo del Duce, si trova ad affrontare: il calo delle nascite e il crescere della disoccupazione.

La flessione demografica poteva essere considerata fisiologica per i ceti medi; nel caso dei ceti operai cittadini era invece l’inevitabile conseguenza delle disastrose condizioni di vita, soprattutto per quelli di recente immigrazione, richiamati in città dalle nuove industrie e costretti a vivere in una promiscuità (le statistiche dell’epoca attestano la disponibilità di un letto ogni due e anche tre abitanti), che moltiplicava malattie e mortalità infantile.
Dal canto suo la disoccupazione era alimentata, tra le altre cause, dal mai risolto problema mai dei combattenti tornati dal fronte della grande guerra - intorno ai 500.000, in gran parte contadini e analfabeti, di cui 40.000 mutilati[4] - uno dei serbatoi elettorali di Mussolini che li aveva infiammati con le proteste per la ‘vittoria mutilata’ (slogan coniato da Gabriele D’Annunzio), e che adesso gli si rivolgono, in molti casi perché delusi dalla gestione fallimentare delle cooperative agricole da loro stessi costituite.

Il piano di bonifica e appoderamento, grandioso nelle intenzioni (Mussolini si proponeva di dar vita a 475.000 piccole aziende agricole), investe molte aree del paese: la costa adriatica intorno al delta del Po, la Maremma Toscana, l’Agro Romano, le paludi Pontine, le Puglie, la Sicilia e la Sardegna. Preposta all’organizzazione è l’Opera Nazionale Combattenti (ONC), presso il cui archivio si trova sia quanto resta della documentazione riferita alle progettazioni, sia la corrispondenza organizzativa e burocratica, che include una massa consistente di richieste avanzate dai coloni di poter tornare ai luoghi d’origine. L’operazione - che viene abilmente sfruttata a fini propagandistici e che con la bonifica delle paludi Pontine conoscerà anche un’eco internazionale[5] - richiede e provoca infatti una vasta migrazione interna[6].

Le linee guida di questo sommovimento sono categoricamente fissate da un disegno di legge dello stesso Mussolini, approvato il 15 novembre 1930, in cui vengono introdotte due fondamentali disposizioni:

·         l’ “obbligatorietà della assunzione di una quota parte di lavoratori ‘forestieri’  dalle ditte appaltatrici ed esecutrici di opere sovvenzionate dallo Stato o eseguite per conto dello Stato

·         l’ “intervento [dello Stato ndr] nella stipulazione e nella modifica dei Contratti Collettivi di lavoro allo scopo di facilitare le migrazioni e la colonizzazione interna[7].

Inizia così un sistematico trasferimento, spesso forzato, di braccia da lavoro da una parte all’altra del paese. Ferrara diventa uno dei principali centri di approvvigionamento di uomini verso le città Pontine, soprattutto negli anni 1933-1936. Nel 1933 viene addirittura emesso un decreto speciale di Mussolini (15 luglio) che ordina il trasferimento del “maggior numero possibile di famiglie” verso zone a scarso indice demografico, su richiesta dei locali “datori di lavoro, lavoratori, professionisti e artisti associati”.
La migrazione, che avviene sotto il controllo dei prefetti, diventa anche lo strumento per allontanare dal territorio della provincia gli elementi indesiderati.

Questa prassi impositiva costituisce il primo limite del programma, in quanto trasforma in coloni lavoratori che nella maggioranza dei casi non hanno alcuna esperienza di conduzione agricola e che vedono presto tradite le aspettative sollevate dal regime, spesso non riescono neppure a produrre lo stretto necessario alla loro sussistenza, dovendo pagare canoni esosi alle ‘università agrarie’ preposte alla loro assistenza tecnica.
Sovente poi la furia di fare presto impedisce che la bonifica venga condotta come necessario, creando in tal modo le condizioni per l’insorgere della malaria e di altri gravissimi disagi per la popolazione[8].

Resistenze, scioperi e atti di sabotaggio contro l’ONC non si contano. D’altra parte è risaputo che solo il 58% dei lavori di bonifica viene portato a termine e che poco più di un terzo dei progetti di irrigazione viene completato anche perché manca un’efficace programmazione nazionale. In particolare, poiché era più facile programmare i tempi delle costruzioni edilizie che non quelli della bonifica dei terreni, i coloni spesso ricevevano una casa fresca di muratura ma un appezzamento ben lontano dall’essere un podere produttivo[9]. Anche la ‘battaglia demografica’ lanciata da Mussolini con premi assegnati alle famiglie prolifiche, non raggiunge il suo obiettivo: la natalità tra i coloni scende addirittura sotto la media nazionale. Dal canto loro i dati della produzione agricola sono troppo incerti perché si possa fare un reale bilancio degli effetti della bonifica integrale[10]. Per quanto riguarda infine l’occupazione, dopo una prima flessione tra 1923 e 1926, la disoccupazione aumenta per raggiungere il picco di 1.300.000 unità nel 1933 e attestarsi sul milione negli anni immediatamente successivi; anche l’incremento di occupazione dovuta all’attività di bonifica rimane scarsamente rilevante.

Il programma evidentemente non raggiunge i frutti sperati se, ancora nel 1934 (18 marzo), Mussolini impartisce una direttiva che fissa gli obiettivi dell’appoderamento: ”La parola d’ordine è questa: entro alcuni decenni tutti i rurali d’Italia devono avere una casa vasta e sana [...] Solo così si combatte il nefasto urbanesimo; solo così si possono ricondurre ai villaggi ed ai campi gli illusi e i delusi che hanno assottigliato le vecchie famiglie per inseguire i miraggi cittadini del salario in contanti e del facile divertimento”[11].


2. Urbanesimo e ruralità: due modelli in conflitto

Per quanto riguarda la ruralizzazione il regime, e Mussolini in prima persona, vivono una situazione contraddittoria[12], non solo e non tanto per la centralità assegnata all’industria nella politica economica nazionale, ma anche per il ruolo che le città continuano necessariamente a ricoprire, oltre che ai fini produttivi, nella politica del consenso. Gli eventi di massa del fascismo avvengono infatti soprattutto nelle grandi città, in primo luogo a Roma, ridotta a puro feticcio della ‘romanità’.

Ciò che spaventa è il fatto che nel contesto urbano le organizzazioni operaie sono più forti e sboccano più facilmente in azioni sovversive; Torino si distingue tra tutte: nel 1920 aveva visto dilagare gli scioperi operai, fino all’atto estremo di occupazione delle fabbriche.
Le città sono anche il luogo dove i ‘vizi’ della modernità hanno le loro conseguenze più deleterie, in particolare sulla natalità.
Tutto questo non impedisce tuttavia che ci si occupi anche dei problemi urbani, soprattutto con programmi di sventramento in base a presupposti di natura igienico-sanitari; ma anche con la creazione di quartieri nuovi (come il Foro Italico, l’Eur e la città universitaria a Roma) o di riqualificazione architettonico-urbanistica come a Torino (rifacimento di via Roma), Bolzano (Arco della Vittoria), piazze della Vittoria (Genova e Brescia) e Firenze (stazione ferroviaria).

Per contrastare la disgregazione sociale e le tentazioni sovversive di una società avviata verso l’industrializzazione[13] il fascismo punta pertanto alla creazione di nuove comunità piccole e medie in area agricola, destinate a diventare sedi privilegiate della nascente ‘civiltà rurale’, terzo elemento di una filosofia dello Stato che sta prendendo corpo. Lì i coloni non abitano intorno al centro cittadino per andare di giorno a lavorare i campi e tornare la sera, com’è nei borghi del meridione, ma vivono isolati sul loro podere e si spostano in centro solo quando necessario[14]. In questo modo si vogliono ridurre anche i rischi di destabilizzazione rappresentati dai collettivi bracciantili, soprattutto in Veneto e in Emilia Romagna.

A seguito di questo programma, nel ventennio ben 2 milioni e 400 mila ettari di terreno vengono trasferiti dalla grande e media proprietà terriera ai coloni, piccoli proprietari ‘sproletarizzati’. Operazione analoga, ma senza trasferimento di proprietà, è costituita dal piano detto ‘Cini, Balbo, Klinger’ nel ferrarese, che prevede di ricavare dalle grandi aziende 16.000 poderi di 10 ettari ciascuno da assegnare ai braccianti in regime di mezzadria. In tal modo si spera di legarli alla terra e di farli scomparire come categoria (a metà degli anni ’30 i braccianti erano 170.000 unità, mentre affittuari e mezzadri con le loro famiglie raggiungevano appena le 70.000).


3. Caratteristiche dei borghi di fondazione

I nuovi centri sono costituiti fondamentalmente delle sedi dei servizi e delle istituzioni, tra le quali primeggiano la casa del fascio e la torre littoria, sostituto fascista di quella civica, e la chiesa.
Come osserva Mariani queste nuove entità urbane rivelano la “volontà di costruire città che non siano città, riformare la società italiana esaltando la campagna con sistemi e modi ‘urbani’, proporre una ‘nuova società’ su basi pseudotradizionaliste”[15]. Questo deriva con  ogni probabilità dalla compresenza, all’interno del fascismo, di posizioni differenti se non contrapposte. Si coglie probabilmente la vera natura dei nuovi borghi attraverso la definizione che ne dà Luigi Piccinato, nel 1934: ”Esse non sono città ma centri comunali agricoli; [...] il fine di esse non è quello di vivere alle spalle della bonifica dei terreni, ma all’opposto esse sono sorte al servizio della bonifica”[16].

Giovannoni - uno dei protagonisti insieme a Piacentini del dibattito sull’architettura fascista - fornisce dal canto suo indicazioni se non proprio di uno stile architettonico dei nuovi edifici, di un carattere che deve essere in armonia con il contesto: “[...] le nuove borgate dovranno essere tali da non alterare il carattere dell’ambiente, pur rispondendo a modernità ed a utilità pratica. Abbiano un nucleo di case compatte, pur non troppo alte che contengano la piazza principale, raccolta e tranquilla come le piazze antiche, al di fuori del movimento di passaggio; poi la fabbricazione venga degradando in intensità verso l’esterno, adattandosi al terreno, creando armoniche associazioni di masse, ma non seguendo troppo rigidi sistemi; e, se mai, le ispirazioni ne siano tipicamente locali, ché non poco c’è da imparare dallo studio delle formazioni urbanistiche di molti paesi nostri o aventi piani vari e frastagliati come un organismo naturale, od a schema stabilito ad arte.[...] ed in ogni modo la formula del buon senso e del buon gusto dovrebbe essere semplice semplice italiano italiano”[17].

Informazioni di massima su tecniche e materiali si possono invece dedurre dalla relazione del piano regolatore di Pontinia dal quale viene in luce anche una sostanziale approssimazione nell’affrontare l’organizzazione degli spazi: “I progetti tutti sono stati studiati con la collaborazione artistica dell’architetto Oriolo Frezzotti. L’architettura dei singoli fabbricati è ispirata dalla ruralità dell’ambiente, facendo predominare il motivo che gioca sul contrasto del paramento a cortina di mattoni con varie tinte su intonaco e limitatissimi rivestimenti in travertino o finto travertino. Nelle piante si è cercato di distribuire i diversi vani in modo da ottenere il massimo rendimento in rapporto allo scopo al quale i fabbricati stessi devono servire”[18].

Come si vede l’orientamento formale proposto, soprattutto per gli edifici di abitazione è la ‘rusticità’, coniugata con l’impronta tradizionale italiana. Scrivono in proposito Nuti e Martinelli: “Colori e materiali delle città nuove rientrano anch’essi nella tradizione nazionale, verso cui respingeva inesorabilmente lo spettro dell’autarchia e la messa al bando del cemento armato, del ferro e del vetro. La muratura ordinaria coperta di intonaci chiari costituisce la facies della città mentre è limitato e dosato l’impiego del mattone a faccia vista, del marmo chiaro e poroso (travertino, peperino) a grandi lastre per rivestimenti e zoccolature [...]”[19]. E ancora: “La dimensione strapaesana rimane il dato più evidente e comune a tutte le città nuove, dove la ruralità viene realizzata per trasposizione, ruralizzando cioè un’immagine cittadina profondamente radicata nella storia italiana, quella della gloriosa città stato comunale, rozzamente rivisitata dall’ideologia fascista”[20].

Non si può non segnalare, in chiusura, che anche il grande architetto francese Le Corbusier resta colpito dal grande progetto mussoliniano. In procinto di venire il Italia per un giro di conferenze, nel marzo del 1934, decide infatti di portare con sé la documentazione degli studi di urbanesimo rurale della zona del Sarthe; perde però ben presto l’interesse dopo che, nel dicembre di quell’anno, vengono divulgati i progetti relativi a Pontinia. Ciò che lo delude è proprio la falsità della ricostruzione di un ambiente rurale; soprattutto la pretesa di ricreare la ruralità a tavolino, in un puro gioco intellettuale, da parte di un urbanista del XX secolo. Queste città non sono segni di un regime nuovo ma il trionfo della componente provinciale, strapaesana della cultura italiana, che trionfa ancora una volta nel fascismo[21].

La presenza della chiesa, solitamente nell’area centrale del borgo, più che rifarsi alla tradizione della piazza italiana intende dare visibilità al riconoscimento concordatario che aveva posto termine (l‘11 febbraio 1929)  alla pluridecennale lacerazione tra Stato e Chiesa legata alla ‘questione romana’.
Nonostante sia indubbiamente pretestuoso il modo in cui la ‘spiritualità religiosa’ viene inserita nel dibattito sull’architettura funzionale, non si può negare che l’impegno per conferire alle facciate un effetto scenografico diventi uno degli elementi su cui  maggiormente si esercita l’estro dei progettisti.

Considerati nel loro insieme i luoghi di culto delle città nuove ripropongono un po’ pedestremente la tipologia del passato, compresa tra Medioevo ed eclettismo, in una sorta di a-temporalità che lascia spazio ad una grande libertà d’espressione. Tra i tanti esempi alcuni meritano d’essere segnalati.
Ad Alberese, la chiesa di S. Maria (Fedi, 1936) si ispira alle forme della vicina abbazia di  S. Rabano (XI secolo) e più in generale al romanico tosco-sardo[22]. A Littoria/Latina, la chiesa di Capograssa (S. Michele, 1932)[23], ha la forma della basilica con pronao, così come quella di Borgo Naisizza[24]. A Guidonia, la chiesa della Madonna di Loreto (Calza Bini, 1937) ha vasta facciata rettangolare, a fasce orizzontali bicolori, con grandioso rosone centrale che ricorda la basilica di S. Maria di Collemaggio all’Aquila[25], ma anche il duomo di Todi. C’è invece un richiamo a S. Maria dei Miracoli a Venezia nella cimasa semicircolare della chiesa del borgo Laserpe, a Segezia (Mezzanone, 1936)[26]. La pianta quadrata nella chiesa di Pozzo Genovese a Littoria/Latina (Sabotino, 1931)[27] ricorda invece quella di S. Maria della Consolazione a Todi. Un richiamo all’architettura del trullo si può infine osservare nella chiesa di Borgo Appio (Tufaroli-Silenzi, 1939)[28].
Soltanto la chiesa di Cristo Re a Sabaudia viene coinvolta nel dibattito sull’architettura cittadina ed esaltata come modello di chiesa della nuova era. 

Nel variegato panorama delle nuove chiese c’è un solo elemento comune, le dimensioni eccessive rispetto alle prospettive d’uso, funzione solo del volume richiesto in relazione al circostante contesto architettonico. Ciò significa che l’effetto voluto, di creare un centro appartato di raccoglimento, si disperde nell’eccessiva dilatazione dello spazio. Tanto che in molti casi la piazza, destinata principalmente alle adunate, era difficile da riempire anche nelle occasioni più importanti.

Di fronte a quella di Anita (fig. 5)[29], prima degli interventi che ne hanno in qualche modo ‘spezzato’ l’unitarietà, la prima impressione era di impossibilità ad abbracciarla con un unico sguardo, oltre ad una vaga sensazione di agorafobia. La visione in pianta dell’abitato attuale rende l’idea dell’incommensurabilità della piazza rispetto al tracciato urbano (fig. 6). Per la stessa ragione risultava infimo il monumento a Garibaldi realizzato nel dopoguerra, con una lapide in ricordo dei caduti della resistenza (fig. 55) [30], rimasto in opera al centro della piazza fino al 1996, anno in cui è stato realizzato dallo scultore Enzo Babini il monumento delle stagioni[31].

Vale la pena di riportare quanto scritto nello Studio di fattibilità che è alla base dell’intervento di recupero dei due edifici civili realizzato tra 2005 e 2006.
“Ciò che si percepisce arrivando ad Anita è un grosso scollamento tra quella che è l’immagine della piazza e la funzione effettiva che essa esercita. [...] Ad Anita riscontriamo la composizione degli assi generativi urbani orizzontali, tagliati perpendicolarmente; l’organizzazione scenografica dello slargo della Piazza nel fulcro del paese, e la quinta urbana che gli edifici formano imponendosi ai lati di essa.Ecco che l’interesse funzionale del singolo episodio architettonico viene posto in secondo piano: in tali condizioni gli edifici non sono autosufficienti, ma è nel loro insieme che, come coronamento di uno slargo inteso come spazio percettivo-fruitivo, essi si propongono come scorci in apertura e/o in chiusura e contornano perfettamente il grande vuoto della Piazza”[32].


4. A proposito della qualità architettonica

E’ legittimo a questo punto porsi la domanda: quale posto occupa questa produzione edilizia nella storia dell’architettura italiana?
In attesa che più approfondite ricerche dirimano la questione, possiamo affidare la risposta allo studioso Riccardo Mariani che più di ogni altro ha approfondito il rapporto tra il programma di agrarizzazione di Mussolini e la sua traduzione in edificato: “Che cosa intendesse il fascismo per architettura nessuno ancora poteva dirlo, c’erano delle indicazioni spesso contraddittorie, ma che certamente non escludevano in quel momento alcuna possibilità. Al contrario. [...] Ma c’era soprattutto la diffusa ignoranza e il pigro opportunismo degli architetti italiani così come di tante altre categorie. Non bisogna dimenticare a questo proposito il giudizio sostanzialmente negativo che Persico [tra i migliori professionisti di quella stagione progettuale, ndr] dava dei razionalisti italiani, forse non del razionalismo in generale seppure accettato con ampie riserve; ma certo non aveva una grande stima né per i progettisti né per i teorici italiani di quel movimento”[33].
Marcello Piacentini dal canto suo, nel numero di maggio del 1936 della sua rivista, presentando i vincitori del concorso per il piano della nuova città di Aprilia, aveva criticato duramente molti dei progetti per la loro superficialità e la loro inadeguatezza culturale rispetto alle precedenti esperienze, sia italiane che straniere[34].

Il dibattito e le polemiche che animano questo periodo ruotano intorno a due sostanziali presupposti di fondo: da un lato la tendenza socializzante espressa da certe forze del regime, dall’altro la volontà di creare il supporto materiale di una ‘nuova civiltà’, desunta da contributi teorici vari[35]. Scrive sempre Mariani: “Il significato di un’architettura che non era di fatto né classica, né razionale, né nazionale ma soltanto eclettismo monumentale o meglio monumentalismo eclettico, dava a Mussolini la possibilità di creare gli spazi in cui accogliere quella ‘civiltà rurale’ che andava pazientemente costruendo”[36]. E più avanti mette l’utilità per il regime dell’inevitabile concorrenza, se non di vera conflittualità, esistente all’interno della corporazione dei progettisti: “Se Mussolini fosse riuscito a coinvolgere tutti gli architetti italiani in un solo orientamento, avrebbe disposto di un piccolo esercito di propagandisti capaci di costruire chiari simboli del potere in ogni provincia, ma di fatto il fascismo non riuscì ad imporre un suo specifico stile finché le necessità della pianificazione non lo portarono al controllo totale sugli uomini e sui loro prodotti. Fino a quel momento i rapporti tra regime e architetti ricordano che al ‘Regime fascista devono la valorizzazione del titolo di Architetto e la legittima difesa della loro vita professionale e artistica,’ e non perdono occasione per ribadire la volontà di una loro presenza dentro le strutture dello Stato”[37]. Mussolini aveva bisogno dell’appoggio di molte categorie professionali tra i quali gli architetti. Per ingraziarseli non era necessario epurare, bastava dividere, contrapporre, non solo gli architetti gli uni dagli altri, ma anche gli architetti dagli ingegneri.

Valutata nel suo complesso, la prima considerazione su questa massiccia edificazione che appare condivisa da molti studiosi è che si tratta di interventi di livello qualitativo assai vario, spesso concepiti ciascuno per sé, i limiti fondamentali essendo rappresentati dalla frammentarietà e dalla disorganicità. Nonostante ciò va riconosciuto che nello stratificarsi di queste esperienze risiedono le premesse che porteranno alla legge urbanistica varata dal regime nel 1942.

Anche se non di rado meritevole d’interesse, e spesso di fattura non mediocre, il vasto patrimonio architettonico delle città di fondazione è stato vittima, nel dopoguerra e in molti casi fino ai nostri giorni, di un doppio ostracismo: sul piano pratico è stato in larga parte abbandonato al degrado, spesso inevitabile poiché gli edifici, adibiti in molti casi a rifugio per gli sfollati e ad altri usi impropri, richiedevano sostanziali ristrutturazioni e/o costose manutenzioni. Per quanto riguarda gli studi va denunciata una lacuna che si è cominciato a colmare da non più di tre decenni; in particolare la documentazione grafica e fotografica, indispensabile per le opere di architettura, è carente in quantità e modesta in qualità[38]. Numerosi sono stati tuttavia i casi di recupero, con esiti diversi per quanto riguarda il rispetto filologico delle architetture. Nel ferrarese è certamente apprezzabile l’impegno profuso per il restauro di numerosi degli edifici a funzione pubblica di Tresigallo, così come quello delle scuole e della casa del fascio di Anita, questi ultimi grazie ad un intervento condotto dall’Amministrazione Comunale con finanziamenti europei. Attualmente sono adibiti rispettivamente a sede per la formazione del personale della Polizia Municipale e a ristorante e centro polivalente.
Del complesso architettonico fa parte anche la chiesa il cui studio costituisce i due successivi paragrafi di questo scritto.


5. Chiesa e campanile nel ‘villaggio Anita Garibaldi’

FONDAZIONE ED EDIFICAZIONE DEL BORGO - La bonifica del territorio intorno ad Anita ha inizio nel 1921 con la bonifica del ‘Mantello’, prosegue nel 1924 con la zona ‘Testa’, nel 1925 con il prosciugamento del bacino ‘Umana-Montecatina’, di 3250 ettari (dove viene costruito l’impianto idrovoro ‘Umana’), nel 1930 con la zona ‘Umana’ e si conclude nel 1934 con la zona ‘Gramigne’. Quest’opera ingente richiama coloni da fuori, soprattutto dal Veneto e dal Friuli[39]. L’appoderamento della zona ‘Umana’ richiede  un proprio centro, fondato il 20 dicembre 1939 (XVIII dell’era fascista), col nome di Anita, in memoria della moglie di  Garibaldi, morta il 4 agosto 1849 nella fattoria Guiccioli, a pochi chilometri di distanza, in località Mandriole.
Alla posa della prima pietra presenziano Italo Balbo, quadrumviro e  Maresciallo d’Italia, rientrato appositamente da Tripoli il giorno prima, il Ministro dell’Agricoltura Giuseppe Tassinari, il vice-segretario del Partito Mezzasoma. La notizia viene data a caratteri cubitali dal Corriere di Ferrara (fig. 1), il 20 medesimo nella pagina locale del Corriere Padano; con rilievo anche maggiore nella prima pagina della stessa testata (fig. 2), il giorno successivo. L’articolo dedicato all’evento riprende ovviamente tutti i temi che l’ideologia del regime nel frattempo consolidatasi legava a massicce opera di appoderamento come quelle condotte nell’agro ferrarese (vedi Appendice).

Nell’occasione vengono inaugurate le case coloniche del primo appoderamento, alcune della quali sopravvivono (fig. 3), caratterizzate da una grande scritta a rilievo su un  prospetto laterale: ‘ANNO 1940 XVIII’ (fig. 4). Si pone poi la prima pietra di una delle case del secondo appoderamento.

A realizzare l’intervento è il Consorzio della Bonifiche Argentane[40]. La spesa totale prevista è di 1.200.000 £, così ripartite: Il 75% a carico dello Stato e il 25% di altri enti (di questo la metà a carico del Consorzio e il rimanente del Comune di Argenta)[41].
Guardando alla chiesa, ai due lati della piazza (fig.5) (fig.6) si affacciano le Scuole con annessa palestra a sinistra , la casa del fascio a destra; nel progetto iniziale i due edifici erano invece affiancati, sulla destra. Chiesa, scuole e casa del fascio vengono ultimati nel settembre del 1943; mancano solo alcuni lavori di completamento della piazza per rendere accessibili le strade previste dal piano regolatore, e sulle quali si affacciano le abitazioni, e rendere praticabile la grande piazza massicciando almeno le sue direttrici. Ma in quell’anno i lavori vengono sospesi per la guerra. Bombardamenti e razzie provocano poi gravissimi danni alle opere non ancora collaudate.Gli edifici vengono in seguito occupati da sfollati rimasti senza casa per i bombardamenti che nei dintorni erano iniziati già dal 1942. A tre anni dalla fine della guerra, nel 1948, vi alloggiano ancora ben 37 famiglie, per un totale di circa 150 persone. Nel 1949 si procede al ripristino dei coperti che erano andati distrutti (originariamente erano stati eseguiti a terrazzo ma, essendo fortemente lesionati, vengono ricostruiti  a falda in cemento armato con manto di tegole). Nel 1950 vengono ripristinati gli infissi della scuola. Solo nel 1961 le famiglie dei senza tetto lasciano tutti gli stabili; nel frattempo, infatti, il Comune aveva costruito le ’case popolari’, altre abitazioni erano state edificate dallo IACP. Poiché il contributo statale nella costruzione dei tre edifici era stato pari al 75%, l’11.07.1962 il Consorzio delle Bonifiche Argentane consegna gli edifici al Demanio, sulla base di una disposizione del Demanio stesso[42].

COSTRUZIONE DELLA CHIESA - La data di completamento dell’edificio di culto resta incerto e non sembra corretto ipotizzare il 1941 in base all’anno di fusione delle tre campane[43]. Molto probabilmente la chiesa viene coinvolta come gli edifici civili negli eventi del II conflitto mondiale e non viene adibita al culto se non diversi anni dopo la guerra[44]. Ancora nel 1951 si chiede infatti di utilizzare provvisoriamente come chiesa l’ex bottega del fabbro[45].  Viene restaurata tra 1951 e 1954[46], dal Genio Civile[47], ma la copertura a terrazza dell’area presbiteriale lasciava penetrare acqua[48]; verrà successivamente sostituita da un tetto a due spioventi.
Il 14 giugno 1954 l’Arcivescovo Mons. Egidio Negrin costituisce la nuova parrocchia, sottraendo parte del territorio di pertinenza a quelle di Longastrino e S. Adalberto. Intitolata alla Beata Maria Vergine Immacolata[49], viene riconosciuta agli effetti civili due anni più tardi[50]. Diversi sacerdoti si succedono nella cura d’anime, col titolo di Economo Spirituale[51], lo stesso col quale entra in parrocchia Don Angelo Casadei, il primo settembre 1956, per rimanervi fino al 28 dicembre 1969. Gli bastano un paio di settimane per constatare che: “Sono 11 anni almeno che questo paese è veramente ‘terra di nessuno’ [...] Non essendovi un Ente particolare che abbia competenza sulla proprietà nessuno si preoccupa della sistemazione”[52]. Ad eccezione della chiesa nessun edificio è stato propriamente restaurato; tutti ospitano ancora sfollati: 2 famiglie nella palestra, 5 nelle scuole, 6 nella ex casa del fascio, 8 nella canonica. Don Angelo alloggia con la madre in due stanze di proprietà di Taroni Giulio[53]. La scuola funziona con non pochi disagi: 5 classi, per complessivi 140 bambini, dispongono di tre sole aule e sono seguite da tre insegnanti[54].  

CHIESA, ESTERNO (fig. 7) (fig. 8)- Il paramento murario è in mattoni a faccia vista, decorato e profilato da cornici modanate in cemento armato che simula lastre di travertino con venature leggermente diverse (fig. 9). Gli elementi di finitura sono le zoccolature (arcuata all’esterno dell’abside), le cornici che profilano la facciata e i tre arconi che scandiscono in facciata l’articolazione in tre navate. La modanatura delle cornici riprende un motivo classico dei portali del primo romanico, composto di una colonnina tra due pilastri disposti a 90° l’uno dall’altro. Cornici più semplici, nelle quali sono affogate le gronde (fig. 10), decorano la sommità delle pareti esterne laterali, mentre le sommità anteriore e posteriore del tetto e i muri che circondato le coperture a terrazzo sono coperti da lastre di cemento, anch’esse imitanti il travertino.
Completa la decorazione una croce latina (fig. 7), sempre di falso travertino, posto sulla sommità del tetto a capanna della navata principale. Il coperto della navata centrale è a tegole marsigliesi, quello delle laterali a terrazzo (fig. 10); la sezione semicircolare dell’abside è coperta da un tetto con modesta inclinazione, al punto che da lontano si può pensare che sia anch’essa coperta a terrazzo (fig. 11).
Antistante l’intera facciata è un marciapiedi in pietra d’Istria, composta con tagli obliqui negli angoli. 
Addossata in parte al prospetto laterale nord è la casa parrocchiale (fig. 12).

CHIESA, INTERNO - La chiesa è a tre navate, separate da quattro archi poggianti su altrettanti pilastri (fig. 13) (fig. 14). La navata centrale è coperta da volta a botte (fig. 15); le due laterali sono scandite da fasce trasversali in corrispondenza dei pilastri, mentre ciascuna delle campate è coperta da volta a vela (fig. 16). Il presbiterio e l’abside semicircolare (fig. 17) completano la navata centrale verso est, secondo l’orientamento consueto delle chiese cristiane; sono soprelevati di un gradino e non voltati ma coperti da un soffitto orizzontale (fig. 18), all’altezza dell’attacco dell’arco trionfale. Lo spazio verticale di risulta corrispondente alla sommità dell’arco è chiuso da una grande vetrata (finestra termale - fig. 13), decorata da una croce azzurra, raggiata di giallo su fondo trasparente, che assicura all’interno una straordinaria luminosità; secondo alcune testimonianze orali la vetrata originaria era diversamente decorata (attualmente mancano tre dei quattro raggi gialli).
L’altare, preceduto da tre gradini (fig. 19), è di marmo chiaro, del tipo a sarcofago di fattura sobria, con piano dal profilo modanato e, sul fronte, una sola specchiatura decorata da una croce in marmo verde scuro.
La parete absidale presenta tre finestre con profilo superiore arcuato, originariamente chiuse da vetri colorati montati su struttura lignea a disegno geometrico (fig. 20); allo stato attuale una è di sostituzione e un’altra non ha più i vetri originari. Finestre analoghe, ma con diverso impianto decorativo si trovano sia sulle pareti laterali che su quella anteriore in corrispondenza di ciascuna navatella (fig. 21). La facciata è inoltre traforata da un’altra finestra che impegna tutto la porzione inclusa dall’arcone, in corrispondenza della porta centrale. Presenta anch’essa come decorazione una grande croce latina allungata ma è probabile che i vetri originari siano stati sostituiti (fig. 15).

Sulle pareti esterne delle navatelle si allargano due cappelle in posizioni simmetriche (fig. 22), aggettanti all’esterno, con soffitto voltato a botte, entrambe illuminate da una finestra posta sul lato corto orientato ad ovest (fig. 23). Contenevano un semplice altare a mensa (fig. 24) poggiante anteriormente su due pilastrini quadrati con base e capitello parallelepipedi, posteriormente su una lastra di marmo che presenta una croce decorativa simile a quella dell’altare maggiore. E’ rimasto in sito solo l’altare della cappella sinistra. Quella destra è stata infatti adibita a battistero, realizzando un fonte battesimale moderno (i frammenti dell’altare originario, rimosso, sono stati spostati nell’area antistante l’accesso al campanile). Il fonte originario (fig. 25), in marmo e di buona fattura, è stato trasferito in un ambiente della canonica adibito al culto da quando chiesa è divenuta inagibile.
Pareti e volte sono intonacati e dipinti di bianco. I pilastri (fig. 26), che hanno forma di croce greca allungata sull’asse est/ovest, presentano un capitello modanato e uno zoccolo piano (fig. 27): l’intonaco del fusto imita un travertino giallo chiaro con venatura obliqua, il capitello uno leggermente più scuro, lo zoccolo é in falso travertino grigio chiaro. Lo stesso vale per le semplici lesene che aggettano dalle pareti.
Il pavimento è a mattonelle di graniglia di colore bianco e nero (fig. 28), composte a scacchiera, con fasce di collegamento trasversale e longitudinale tra i pilastri, bianche profilate di nero.
Gli arredi lignei sono costituiti da due confessionali e dai banchi (fig. 29), di legno. La suppellettile è tuttora contenuta in un piccolo vano apposito (sacrestia) al quale si accede sia dall’abside, sia dalla parete di fondo della navatella sinistra.

CAMPANILE - E’ un semplice parallelepipedo (fig. 30) (fig. 8) con una finestratura a tre feritoie per lato sulla sommità (come a Fertilia) e tre finestre che corrono quasi per l’intera lunghezza su tre dei lati (il quarto è contiguo alla chiesa). Una simile finestratura in alto e una lunga finestra centrale che giunge fino a terra si trova nel campanile della chiesa dell’Annunziata a Sabaudia (1936)[55].
La cella campanaria è raggiungibile mediante una scala metallica che corre, a rampe alternate, sul lato sud. Le tre campane sono montate su incastellatura lignea e ancora manovrabili con corde che arrivano a terra. Sul fianco opposto a quello con l’insegna del fonditore ci sono dei medaglioni con santi e una figura di vescovo (fig. 31), forse il committente[56].

ATTRIBUZIONE - Il villaggio di Anita costituisce un nucleo tutt’altro che trascurabile per qualità e per completezza ma non possiede caratteristiche così marcate da poter stabilire paralleli inequivocabili; com’è d’altra parte per molta dell’architettura coeva dei piccoli centri. Qualche informazione può essere dedotta più che dalla chiesa dai due edifici d’uso civile: le scuole (fig. 32) (fig. 33) con annessa palestra (la si raggiunge percorrendo un breve tratto porticato) a sinistra, la casa del fascio a destra (fig. 34). Al centro di quest’ultima è una tozza torre littoria, con balcone sopra l’ingresso principale sovrastato da una grande arcata decorativa (fig. 35), enfatizzata dall’uso alternato di mattoni a faccia vista e di due diversi colori di intonaco. L’unico elemento caratterizzante i due edifici, organizzati su piante rigorosamente ortogonali, sono i corpi semicircolari corrispondenti ai vani scala, sporgenti sul retro, collocati rispettivamente verso est quello delle scuole (fig. 33), al centro nella casa del fascio (fig. 36). E’ lo stessa elemento morfologico che si vede a Tresigallo, nella Sede dell’Opera Maternità e Infanzia[57] (fig. 37) e nella ‘Casa del ricamo’ (ora circolo amici). La canonica, poi, riprende, sia nella morfologia che nelle profilature delle porte e delle finestre, quelle della scuola (fig. 38) (fig. 39). Gli edifici di Tresigallo appena segnalati sono dovuti all’ingegnere Carlo Frighi. Questi aveva firmato i progetti esecutivi e diretto i cantieri per la realizzazione una ventina di edifici a funzione pubblica realizzati nella cittadina, oltre a vari altri destinati ad attività commerciali e industriali, tra 1935 e 1938[58], per incarico e sulla base delle direttive fornitegli dal Ministro dell’Agricoltura e Foreste Edmondo Rossoni, nativo del posto, che era stato a capo dell’organizzazione sindacale fascista di Ferrara nel 1921.

La cronaca della posa della prima pietra ad Anita, pubblicata sul Corriere Padano del 21 novembre 1939, attribuisce il progetto del villaggio all’Ing. Braglia[59]; questi, pur non essendo figura di primo piano, deve essere stato progettista di buon livello se aveva firmato nel 1931, insieme al Geom. Lolli, il progetto dell’ospedale di Argenta[60], realizzato a partire dal 1933 e inaugurato proprio in quell’anno[61]. Scrivendo nel 1934[62], quando la struttura sanitaria è ancora lontana dall’essere compiuta, Francesco Fiorentini ne fornisce un giudizio estetico-ideologico, collegando la sua erezione all’immane opera di bonifica: “Lo stile dell’opera è Novecento, stile severo, stile fascista, privo di ogni inutile e costosa decorazione e delimitata dalle linee semplici dell’architettura di oggi. [...] Non più la ‘Casa del Dolore’, il ‘Luogo del Pianto’, ma la ‘Casa della Salute e del Sole’ sorga, in una nuova armonia di colori e di luci, in nome del Fascismo che vuol vivere e marciare per non avere invano strappato alla palude le vaste plaghe che ora attendono l’aratro”[63]. Del Braglia poco si sa allo stato attuale (se ne ignora financo il nome di battesimo). Si spera che lo studio della sua produzione venga presto intrapreso da qualche ricercatore di storia dell’architettura che dedichi al borgo di fondazione l’attenzione che merita[64].

Per quanto riguarda la chiesa gli elementi maggiormente caratterizzanti sono i grandi archi che sottolineano la tripartizione interna. Simili arconi, che vanno dalla base a circa la sommità degli edifici, sono piuttosto frequenti nell’architettura di fondazione. Oltre che nell’accesso monumentale al cimitero di Tresigallo (fig. 40) si trovano negli edifici seguenti: la facciata della Chiesa di Santa Barbara a Colleferro (provincia di Roma - Morandi, 1934-35)[65] (fig. 41); quella della chiesa di S. Marco (Frezzotti, 1935)[66] (fig. 42), e delle scuole elementari (Frezzotti, 1933)[67] (fig. 43), a Littoria/Latina; la chiesa di borgo S. Donato a Sabaudia (1936)[68] (fig. 44); la chiesa di Aprilia (1936-7)[69] (fig. 45); la chiesa di Farinia (Sicilia)[70] (fig. 46). Sei monumentali archi liberi (in pietra di Vicenza) vengono inseriti da Sironi sul piazzale verso il parco del Palazzo dell’Arte a Milano (fig. 47) [71], per la prima edizione della Triennale (1933). Del tutto singolare è la torre della casa del fascio di Mussolinia/Arborea (Ceas, 1935) che consiste sostanzialmente del solo grande arcone[72] (fig. 48).
Una particolare modalità di realizzazione di questi archi, in funzione puramente decorativa, è costituita da due o più, in mattoni a pietra vista, inscritti l’uno nell’altro, il secondo arco lievemente incassato rispetto il primo e così via, a seguire. Lo si vede, tra l’altro nel palazzo INA di Ravenna (fig. 49) e, in pietra serena, a Firenze (fig. 50); un sistema analogo è utilizzato da Carlo Savonuzzi nelle finestre della scuola elementare Alda Costa a Ferrara; ma è conosciuto anche nella tradizione precedente come, ad esempio, nella grande stalla per cavalli del conte Giovanni Gulinelli a Benvignante, del 1865[73] (fig. 51).
L’altra particolarità - per il momento non riscontrata in alcuna delle chiese dell’epoca - è l’eliminazione del catino dell’abside e la sua chiusura con un soffitto piatto che dà origine alla grandiosa finestra termale con croce vetrata (fig. 13). Si tratta certamente di un’anomalia nell’architettura ecclesiastica ma tale da realizzare un sostanziale equilibrio luminoso con le finestre in facciata. Ha anch’essa inoltre un riferimento, anche se indiretto, con le chiese del passato dove il crocefisso monumentale pende solitamente proprio dall’arco trionfale, sopra il punto di passaggio tra navata e abside.

6 - Stato di conservazione

Causa fondamentale dell’abbandono in cui si trovano chiesa e campanile è il fatto che gli edifici sono di proprietà demaniale, mentre la loro gestione è affidata alla chiesa[74]. Le dimensioni assolutamente fuori scala del luogo di culto, per una comunità così piccola e con scarsa propensione alla pratica religiosa, hanno fatto sì che, quando si sono manifestati seri problemi, la soluzione dei quali avrebbe richiesto spese ingenti, la Curia di Ravenna ha preferito attrezzare a cappella uno degli ambienti della canonica.
Naturalmente l’indagine sulla statica dell’edificio deve essere effettuata da specialisti della materia. Il contributo di questo lavoro può tuttavia essere quello di segnalare quanto dedotto da un’attenta e ripetuta osservazione diretta, con la preoccupazione che la mancanza di interventi adeguati conducano ad un ammaloramento irreversibile dell’edificio.
Ci sono crepe verticali in corrispondenza delle chiavi degli archi. Vistose macchie di umidità sulle volte segnalano penetrazioni d’acqua (fig. 26)[75]; ma il fatto che non ci siano ancora stacchi d’intonaco sembra mostrare che queste sono recenti e non massicce. Più gravi sono invece le penetrazioni che interessano la parete esterna della navatella a sud, dovute principalmente al fatto che le grondaie non sono bene innestate nei pluviali e l’acqua si infiltra nel muro. Ma lo strato che presenta una spessa muffa verdastra sembra limitarsi al colore e non interessare se non superficialmente l’intonaco.

Più grave è il degrado della decorazione esterna, nella forma di lastre di travertino applicate alle pareti di mattoni a faccia vista. Si tratta, come in moltissimi edifici di minore interesse dell’architettura di fondazione, di cemento armato di colore chiaro e rifinito con uno speciale trattamento della superficie che imita quella della famosa pietra romana. Il rigonfiarsi dei ferri arrugginiti all’interno è la causa dello sgretolarsi di queste decorazioni che, anche quando sembrano sane, possono distaccarsi improvvisamente sotto una qualche sollecitazione meccanica, com’è successo per il recente sisma che ha fatto crollare a terra l’intera cornice sottostante lo spiovente destro.
Il campanile sembra da questo punto di vista in condizioni migliori. Anche la scala metallica interna non presenta seri problemi. Andrebbe invece sostituita o riparata la carpenteria lignea che regge le campane. Certamente meno preoccupante, ancorché insopportabilmente fastidioso, è il fatto che dalla grande finestratura corrispondente alla cella campanaria penetrino e nidifichino da anni i piccioni. Scale, pavimento e piani intermedi sono di conseguenza coperti da uno strato di guano, piccioni morti e resti di uova dischiuse; il fetore all’interno è insopportabile. Ma si tratta sostanzialmente di rimettere delle reti efficaci alle finestre ed effettuare pulizia e disinfestazione a fondo. Le decorazioni esterne del campanile presentano gli stessi problemi di quelle della chiesa; fortunatamente si trovano solo alla base.

Appendice: l’eco della stampa 

La notizia della fondazione del nuovo ‘villaggio’ e quelle correlate occupano quasi tutta la pagina 2 del Corriere Padano (‘Corriere di Ferrara) di mercoledì 20 dicembre 1939 (fig. 1) e delle prime due pagine del 21 (fig. 2) (fig. 52) (fig. 53). Esiste inoltre un breve spezzone di un cinegiornale dell’Istituto Luce del 27 successivo[76].
I titoli del primo sono: Nel nome del Duce e nel segno dei Caduti oggi si fonda il villaggio rurale di ‘Anita’ / Seconda tappa dell’appoderamento / Il quadrumviro Balbo, il Ministro dell’Agricoltura Tassinari, il Vice-Segretario del Partito Mezzasoma e i consiglieri nazionali Muzzarini e Lai presenti ai solenni riti inaugurali / La fervida attesa della popolazione argentana / Le disposizioni della federazione / L’epigrafe commemorativa del fausto avvenimento.
Sul Corriere Padano si titola invece: “Anita è stata ieri fondata per volontà del Duce nel cuore del redento agro ferrarese / Germoglia il sangue dei martiri / Il Ministro Tassinari il Maresciallo Balbo il Vice Segretario del Partito esaltano le opere grandiose dell’appoderamento all’inizio del secondo lotto e ne preconizzano gli imponenti sviluppi / Un grandioso bilancio / Il solenne rito nell’agro argentano / La comunicazione al Fondatore dell’Impero.
Come si può osservare il ‘rito’ fondativo viene legato alla memoria dei ‘martiri fascisti’ o dei ‘caduti’: Anita germoglia dal ‘sangue dei martiri’. All’inizio vengono “rammemorati i martiri del castello estense da cui la rivolta della gente di Ferrara ha preso l’avvio dato di struggente mistica”[77]. Come nella tradizione cristiana il nuovo centro rurale viene fondato sul sangue dei martiri.


CORRIERE PADANO

Il solenne rito nell'agro argentano (firmato n.q.[78])

“La seconda tappa dell’appoderamento dell’Agro ferrarese, strappato dalla tenace volontà degli uomini ai miasmi della palude è dunque in atto, così come il Duce ha comandato, ed i tempi possiamo esserne certi, saranno opportunamente intensificati.
E l’olocausto fulgidissimo dei Caduti del XX Dicembre ha avuto la sua più degna celebrazione con il coronamento di questo antico e grandioso sogno del Fascismo ferrarese. La promessa fatta ai nostri Morti - come ha detto Italo Balbo - è stata mantenuta e dalla morte nasce prodigiosamente la vita assicurando il lavoro e la tranquillità ai nostri valorosi rurali che hanno dimostrato di meritare questa superba conquista sociale”
L’omaggio ai caduti ha luogo a Ferrara, alla ‘Casa del Fascio’ dove i gerarchi convenuti rendono omaggio al Sacrario dove viene deposta una corona d’alloro e gerarchi e autorità sostano “in raccoglimento, irrigidendosi nel saluto romano”.

Un grandioso bilancio

Giunti ad Anita, la cerimonia incomincia con l’omaggio ai caduti di 19 anni prima. Vengono “commemorati i martiri del Castello Estense da cui la rivolta ideale ha preso l’avvio data di struggente mistica”.
Poi con un corteo di automobili i gerarchi si portano nella zona dell’appoderamento. Nella zona Testa si inaugura una casa del primo lotto, dove si fa l’alzabandiera e si benedice. Ci si porta nella zona Umana dove si dà inizio alla costruzione di una casa del secondo lotto di appoderamento (il Ministro Tassinari posa la prima pietra). Si fa quindi una sosta a valle Boccagrande, in visita ad una pompa di irrigazione.
Allo stabilimento idrovoro di Umana i gerarchi vengono accolti da coppie di contadini e contadine vestiti con abiti pittoreschi i quali, dall’alto di carri agricoli cantano gli ‘Inni della Patria’.
“Durante la visita allo stabilimento dove è stato servito un rinfresco gli illustri ospiti sono stati ricevuti dal Dr. Giacometti, Presidente del Consorzio della Bonifica Argentana, dal Direttore Rag. Soldati, dall’Ing. Braglia progettista del villaggio ‘Anita’”. Ai gerarchi vengono offerte le fotografie delle 251 case “condotte a termine con il primo lotto di appoderamento entro l’anno XVII”, raccolte in due volumi rilegati in pelle.
“La giornata trionfale si conclude nel villaggio ‘Anita’ dove una imponente sfilata di rappresentanze delle forze fasciste della provincia e di lavoratori agricoli, in un festoso tripudio di tricolori e di gagliardetti, mentre squillavano le note degli inni della rivoluzione ha accolto i gerarchi [...]”

“Nel centro della radura dove sorgerà la piazza del centro rurale dinanzi al cippo celebrativo dell’evento era stata posta una tribuna d’onore pavesata di tricolori. Tutto intorno era l’imponente ammassamento in cui spiccavano con note festose le caratteristiche sahariane azzurre dei lavoratori agricoli e i multicolori fazzoletti delle massaie rurali. Erano presenti i fascisti della colonna del ‘XX Dicembre’, reparti in armi della 76a legione M.V.S.N. che rendevano gli onori militari, le fanfare della G.I.L. di Ferrara e quella di Copparo, con il labaro del Comando Federale e tutti gli ufficiali del Comando. Il Nucleo universitario fascista di Argenta al completo, nonché numerose rappresentanze di tutti i paesi della Provincia con i relativi gagliardetti. Salutati dalle note di ‘Giovinezza’ e ricevuti con gli onori militari i gerarchi hanno passato in rassegna l’ammassamento e hanno quindi proceduto alla posa della prima pietra della Casa Littoria di ‘Anita’ (fig. 54)[79]. Un reparto in armi di avanguardisti era immobile sull’attenti. Il ministro Tassinari ha chiuso in un bossolo di ottone una pergamena a ricordo della fondazione e l’ha quindi deposto in un vano scavato nel blocco di cemento che, dopo la benedizione[80], è stato calato nel terreno. Il Ministro ed Italo Balbo hanno infine dato il primo strato di calce alla pietra”.

Del Ministro si scrive: “Proprio ieri il Ministro Giuseppe Tassinari - una mente quadrata, un polso di ferro, una anima ardente - confermava la volontà di condurre a termine il programma che ha proporzioni più vaste di quelle dell’Agro Pontino. [...] Si  strugge il cuore di gratitudine verso chi, onorando la memoria dei giovani che caddero in suo nome ne dilata la gloria [...]”. L’articolo, evidentemente ‘informato’ da una provvidenziale velina, oltre fornire un quadro completo degli interventi di bonifica nel ferrarese, traduce in modo trasparente gli obiettivi del regime, ormai divenuti fondamento ideologico.
A Ferrara, dove i disoccupati raggiungevano la cifra di 120.000 “La salvezza è venuta. Il Duce ha fatto per l’agro ferrarese quanto tutte le generazioni precedenti non avrebbero neppure progettato [...]”.
L’imponenza del lavoro compiuto è comprovato dalle cifre: 1895 km di canali di bonifica, 309 km di arginature, 402 km di strade, 2196 ponti di cui 87 con più di 10 m di luce, 114 gruppi di pompe idrovore per la potenza complessiva di 19.398 cavalli, 231 km di canali irrigui.
Nel complesso 22.940 ettari difesi dalle inondazioni dei fiumi, 106.399 ettari di terra prosciugati meccanicamente o per scolo naturale, 62.298 ettari di terre aperte al beneficio dell’irrigazione. A questi dati va aggiunta la quota di interventi realizzati dai consorzi di bonifica finitimi di Burana e Renana per la parte ricadente nella provincia di Ferrara.
In complesso l’impegno finanziario delle opere eseguite ammonta a 449.858.011 lire.
Segue la sottolineatura ideologica: “Veniva così forgiato l’ambiente adatto a forme più evolute di insediamento rurale e si dava la possibilità di frazionare le grandi unità aziendali (50-100 ettari) stabilizzando la mano d’opera e riducendo il bracciantato”. Si cita la positiva collaborazione delle grandi aziende private definendo l’opera ‘piano di sbracciantizzazione’.
Con il primo appoderamento, nell’anno XVII risultano costituite 210 nuove unità poderali, mentre altre 41 sono ampliate e trasformate. In 251 case di nuova costruzione o radicalmente trasformate hanno trovato ‘stabile sede’ 288 famiglie coloniche di braccianti e compartecipanti agrari “ormai definitivamente sottratti agli stenti ed all’incertezza dell’avventiziato”.

La comunicazione al fondatore dell’impero

Dopo la cerimonia ad ‘Anita’ è stato inviato al duce il seguente telegramma.
“In questa terra strappata all’acquitrino e alla malaria dove nell’Era fascista sono state compiute opere pubbliche di bonifica per quattrocentoventidue milioni di lire e con le ultime bonifiche di Burana e Renana interessanti la provincia di Ferrara quattrocentocinquanta milioni viene inaugurato nel vostro nome, Duce, nell’anniversario glorioso del Fascismo ferrarese il primo lotto dell’appoderamento. Duecentocinquantuno fabbricati per duecentoottantotto famiglie con un complesso di spesa di miglioramento di quarantacinque milioni seguono il consuntivo di questa prima tappa che si conclude mentre hanno inizio i lavori di appoderamento per il secondo lotto e la fondazione del villaggio Anita. - Maresciallo BALBO, Ministro dell’Agricoltura TASSINARI, Vice-Segretario del Partito MEZZASOMA”.

 
CORRIERE DI FERRARA

Dall’edizione ferrarese del Corriere Padano val la pena di riportare quanto scritto in un breve articolo di spalla (L’arrivo di Italo Balbo), il quale dà conto dell’arrivo a Ferrara del Maresciallo d’Italia, alle 19 del giorno precedente “partito espressamente da Tripoli per presenziare alla [...] inaugurazione del primo lotto dell’appoderamento, la fondazione di Anita e l’inizio dei lavori del secondo lotto”.

Interessante è inoltre L’epigrafe commemorativa del fausto avvenimento:
“FONDATA PER VOLONTA’ DEL DUCE / DAL FASCISMO FERRARESE / NEL DI’ SACRO AI SUOI MARTIRI / IL 20 DICEMBRE 1940 / XVIII DELL’ERA FASCISTA - III DELL’IMPERO / ANITA / PRIMA NATA SULLA BONIFICA DEL MANTELLO / GERMOGLI / FIORENTI MESSI ROBUSTI FIGLI / AL LITTORIO”.


[1] Sono però 172 i siti nei quali sono stati rilevati edifici di quest’epoca, riportati nel catalogo della mostra Città di fondazione italiane 1928/1942 (vd. Bibliografia) pp. 342-3.
[2] Avviata dopo che era stata lanciata dal Duce la “battaglia del grano”, la ruralizzazione prende le mosse dal “discorso dell’Ascensione”, tenuto da Mussolini alla Camera il 26 maggio 1927; viene poi riproposta nel dicembre dell’anno successivo, in un articolo pubblicato su Il Popolo d’Italia, dallo sbrigativo titolo: Sfollare le città.
[3] La “legge Mussolini” sulla bonifica integrale è del 24 dicembre 1928. Nel 1935, al termine del sottosegretariato di Arrigo Serpieri, il regime riduce gli investimenti in questo settore in previsione della preparazione bellica alla campagna d’Etiopia.
[4] B. Bracco, La Patria ferita. I corpi dei soldati italiani e la Grande guerra, Firenze, Giunti, 2012.
[5] Un particolare apprezzamento venne dal Presidente degli Stati Uniti Roosevelt, non tanto per gli aspetti tecnici, quanto per l’organizzazione corporativa, in ragione dell’analogia con il dirigismo del New Deal.
[6] Il 4 marzo 1926 era stato istituito col R.D. n. 440 un ‘Comitato per le migrazione interne’, alle strette dipendenze del Capo del Governo. Successivamente nel R.D. del 20 giugno 1930, n. 870, le attribuzioni relative al Comitato diventano definitivamente di spettanza di Mussolini che controlla, oltre al Ministero dell’Agricoltura, quello dell’Interno, le Corporazioni e i Lavori Pubblici.
[7] Mariani, p. 145.
[8] Ivi, pp. 144-7.
[9] Un interessante resoconto sul rendimento dei terreni di bonifica del Mantello, in precedenza invase periodicamente dalle acque salse delle valli di Comacchio, mette in luce che si richiedevano numerose annate agrarie perché  entrassero davvero in produzione, con particolare resistenza nei confronti di alcune colture; L. Delle Cesie, Cronaca agraria, Ravenna, Tipo-Litografia Strumìa & Tazzari, Anno XV, pp. 1-11.
[10] Vanno prese con grande cautela, infatti, le affermazioni spesso enfatiche del regime al proposito, come il discorso di Mussolini per il quarto anniversario della Marcia su Roma, il 28 ottobre 1926: “I lavori delle bonifiche continuano alacremente in ogni plaga d’Italia. Le paludi Pontine, che da 2000 anni attendevano la redenzione, saranno fra poco una zona salubre e feconda, attraversata dalla direttissima Roma-Napoli che l’anno prossimo sarà aperta al traffico. Nei campi, fra i rurali pacificati dal Fascismo, l’entusiasmo per la battaglia del grano è aumentato, mentre i 60 milioni di quintali raccolti dimostrano che la vittoria è possibile e sarà raggiunta”; Mariani, p. 59. La prima ‘città’, Littoria, sarà inaugurata da Mussolini solo il 18 dicembre 1932; seguiranno Sabaudia, il 21  aprile 1934, Pontinia il 28 ottobre 1935, Aprilia il 29 ottobre 1937, Pomezia il 3 giugno 1938. Vengono realizzate con cantieri condotti in condizioni spesso disastrose: “non c’è foto di inaugurazione dove non si notino macchie di vernice o zone dimenticate”; ivi, p. 89.
[11] B. Mussolini, Scritti e Discorsi, Milano, 1935, vol. IX, p. 115; cfr. Nuti e Martinelli, p. 154.
[12] Una ‘ideologia eclettica’ la definisce acutamente Togliatti nell’analisi sul fascismo presentata a Mosca, nel 1935, in un incontro con operai italiani; P. Togliatti, Lezioni sul fascismo (1935), Roma 1974, p. 14.
[13] In realtà il censimento del 1901 rivela non solo che l’Italia è un paese eminentemente agricolo, ma che anche l’urbanizzazione è limitata: solo 11 comuni hanno più di 100 mila abitanti; Napoli, che è la più popolosa ne conta 564 mila, seguita da Milano e Roma.
[14] Questa situazione si è ripetuta ad ogni successiva riforma agraria in Italia, con la differenza che l’allontanamento dal centro del borgo e riuscita, anche se solo parzialmente, nella riforma del Delta Padano ma è completamente fallita in Calabria, dove le case coloniche sono state abbandonate, asportando tutto il possibile, comprese le tegole dal tetto.
[15] Mariani, p. 74.
[16] L. Piccinato, Il significato urbanistico di Sabaudia, in Urbanistica, 1934, a. III, V. 1.
[17] G. Giovannoni, La urbanistica..., pp. 17-8; cfr. Nuti e Martinelli, pp. 155-6,
[18] ONC. AD., Progetto del Centro Comunale di Pontinia. Relazione Generale; cfr. Mariani, pp. 103-4.
[19] Nuti e Martinelli, op cit., p. 166.
[20] Ivi, p. 157.
[21] Ivi p. 168.
[22]
Città di fondazione italiane...,cit., p.122 e p.123, fig.2.
[23] Ivi, p.186, fig.3.
[24] Ivi, p. 189, fig. 1.
[25] Ivi, p. 139, figg. 1-2.
[26] Ivi, p. 244, fig. 2.
[27] Ivi, p. 186, fig. 1.
[28] Ivi, pp. 228-9, p. 231, fig. 2.
[29] L’assonometria è tratta dallo Studio di fattibilità per la valorizzazione di un complesso di edifici ad Anita (20.07.2012), elaborato dallo Studio Associato di Architettura ARC.LAB (Ravenna). Ringrazio l’architetto Stefano Villani, dell’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Argenta, per avermi consentito di consultare i documenti relativi all’intervento di ripristino degli edifici civili del centro di Anita.
[30] Tratta da D. Giglioli, Argenta e i suoi dintorni. Itinerario storico-artistico di Argenta e del suo territorio, vol. I, Ferrara, Belriguardo, 1984, p. 166.
[31] Derubate alcune delle statue nel 2008, lo scultore ne ha realizzato una nuova versione, inaugurata il 7 aprile 2012, nella ricorrenza della liberazione di Anita.
[32] Studio di fattibilità per la valorizzazione..., cit., pp. 10-11.
[33] P. 91.
[34] M. Piacentini, Aprilia, in Architettura, maggio 1936, p. 201; cfr. Mariani, p. 114.
[35] Ivi, p. 128. Si fa riferimento in particolare all’opera di O. Spengler, Il tramonto dell’occidente: Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, Milano, Longanesi, 1957.
[36] Mariani, p. 131.
[37] Ivi, p. 135.
[38] Costituisce una lodevole eccezione il volume Città di fondazione italiane..., cit.
[39] Le informazioni sulla bonifica sono tratte dallo Studio di fattibilità..., cit., pp. 5-6.
[40] Nel 1974 il Consorzio è entrato a far parte di quello della Bonifica del II Circondario Polesine di S. Giorgio. L’archivio delle Bonifiche Argentane è attualmente conservato presso l’Idrovoro Aleotti di Bivio Medelana, non più in uso; è pertanto consultabile con estrema difficoltà (devo l’informazione alla cortesia della d.ssa Barbara Guzzon).
[41] Studio di fattibilità..., cit.
[42] Le informazioni dell’intero capoverso sono tratte da: Recupero del centro di Anita per funzioni turistiche ricettive e sociali - Progetto esecutivo - Relazione tecnica descrittiva, dello Studio Associato di Architettura ARC.LAB (Ravenna), p. 1.
[43] La data (1941) si trova al di sotto del marchio ovale della fonderia (FONDERIA ARCIV. PONTIF. / CAV. C. OTTOLINA / SEREGNO). Sopra è uno stemma papale, composto nel modo seguente: uno scudo che include un’aquila ad ali aperte, coronato da un triregno con chiavi papali incrociate; ai lati sono due figure virili nude stanti, a braccia conserte, accostate allo scudo.
[44] In una lettera della Cancelleria Arcivescovile alla Sacra Congregazione per i Sacramenti, del 1948 (4274/48) si chiede e ottiene la facoltà di celebrare la Messa su un altare mobile, nei centri abitati di Anita e Lazzaretto “dai quali con grave difficoltà si può accedere a chiese e oratori”.
[45] Lettera dell’arcivescovo (11.08.1951) al Presidente delle Bonifiche Argentane, con la quale si chiede anche la cessione di Chiesa, canonica e terreno annesso; Cancelleria Arcivescovile.
[46] In una lettera datata 15.06.1955, indirizzata al Sindaco di Argenta e al Prefetto di Ferrara si dice che la chiesa è stata da poco restaurata; Cancelleria Arcivescovile.
[47] Cronicon, 20.09.1956.
[48] Ibidem.
[49] Decr. N. 24/54;
[50] Decr. 6 marzo 1956, N. 370, del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi (Gazzetta Ufficiale N. 115/1956).
[51] Don Bruno Minghetti (dal 04.06.1954), Don Giuseppe Lulich (dal 15.07.1954), Don Quinto Bisi (dal 15.11.1954), Don Pasquale Filippi (dal 08.10.1955); la corrispondenza relativa alle nomine si trova alla Cancelleria Arcivescovile.
[52] Cronicon, 20.09.1956.
[53] “Vivo in due stanze al primo piano con mia mamma [...] mia mamma dorme in uno stanzino stretto e sacrificato - io dormo in cucina”; ivi, 18.09.1956.
[54] Ivi, 05.10.1956.
[55] Città di fondazione italiane..., cit., p. 201, fig. 2
[56] Nel 1941 l’arcivescovo di Ravenna e vescovo di Cervia era Mons. Antonio Lega.
[57]Città di fondazione italiane..., cit., p. 115.
[58] Ivi, pp. 106-15.
[59] Vedi Appendice. Ugo Malagù assegna invece il progetto del complesso edilizio, senza segnalare la fonte, all’ing. “A. Roncoroni di Milano, realizzato dal Consorzio delle bonifiche argentane negli anni 19440-1941”; Guida del ferrarese, tomo primo, p. 161.
[60] Approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici il 29 luglio di quell’anno.
[61] F. Fiorentini, Problemi cittadini, l’ospedale civile, in Argenta nelle realizzazioni del passato e nelle promesse dell’avvenire, Comune di Argenta, pp. 31-32; cfr. G. Bersani, C’era una volta Argenta, Ferrara, Edisai, 2009, pp. 63-64.
[62] In quell’anno stava per essere completato ad Argenta il mercato coperto, di assai diversa impronta stilistica; C. Zaghi, Argenta Attraverso i secoli, in Argenta nelle realizzazioni..., cit., pp. 4-10, p.8.
[63] Fiorentini, op. cit., p. 32
[64] La ricerca dovrebbe partire da un’indagine sulle opere dei progettisti attivi in quel lasso di tempo tra Ferrara, Ravenna e Bologna; in particolare: Carlo Savonuzzi, Ciro Contini, Giorgio Gandini, Mario Loreti e Giuseppe Vaccaro, tutti ingegneri. Ringrazio il Prof. Arch. Davide Turrini per queste apprezzate indicazioni.
[65] Città di fondazione italiane 1928/1942, p. 140 e p. 143, fig. 2.
[66] Ivi, p. 171, fig. 1.
[67] Ivi, p. 181, fig. 1.
[68] Ivi, p. 206, fig. 2.
[69] Ivi, p. 223, fig. 2
[70] Ivi, p. 293.
[71] Negri, pp. 198-9, fig. A.
[72] Città di fondazione italiane..., cit., p. 256, fig. 1.
[73] Lo si deduce dall’epigrafe sulla targa marmorea che sovrasta la porta di accesso anteriore alla stalla: GIOVANNI CONTE GULINELLI / DELLA RAZZA EQUINA AMANTISSIMO / QUESTA FABBRICA EDIFICAVA / MDCCCLXV.
[74] E’ in corso una trattativa tra il Demanio e la Curia  Arcivescovile di Ravenna per il trasferimento di proprietà. Devo l’informazione al Sindaco di Argenta, dr. Antonio Fiorentini.
[75] Macchie di umidità sulla volta centrale, verso il presbiterio, sono visibili nella fotografia dell’interno della chiesa pubblicata dal Giglioli, op. cit., p. 168.
[76] Il testo letto da uno speaker fuori campo recita: “La redenzione della terra nel ferrarese. Il Ministro dell’Agricoltura e il Maresciallo Balbo hanno inaugurato il primo lotto dell’appoderamento iniziato lo scorso anno, che interessa oltre duecentomila ettari di vecchia coltura o di recente bonifica, e dato inizio alla costruzione della casa del fascio intorno alla quale sorgerà il secondo centro rurale della grande bonifica, il nuovo villaggio che per volere del Duce assumerà il nome di Anita, in omaggio alla compagna dell’eroe dei due mondi, morta nei pressi di questa località”. Il filmato mostra la posa della prima pietra, dopo la benedizione, lo scoprimento di una colonna davanti alla quale, sopra un carro agricolo pavesato a festa e trascinato da un trattore, i gerarchi fanno il saluto romano, di fronte ad una folla sterminata e plaudente.
[77] Vale la pena di ricordare il fatto e l’antefatto ai quali ci si riferisce. Il momento è quello estremamente turbolento della nascita del fascismo nella valle Padana (a Bologna il fascio viene fondato il 9 aprile 1919) - forte dell’appoggio degli agrari - con una propensione, mostrata da subito, all’uso sistematico della violenza. Sul fronte opposto c’è l’intensificarsi delle lotte operaie che arriva, nel 1920, all’occupazione delle fabbriche e provoca un’ondata antisocialista che coinvolge le forze liberali e i nazionalisti. La situazione si radicalizza a seguito delle elezioni amministrative che si svolgono tra settembre e ottobre del 1920, nel quale il Partito Socialista si afferma come seconda forza politica del paese, dopo i liberali. La vittoria più clamorosa i Socialisti l’ottengono proprio a Bologna, vittoria che sfocerà nella strage di Palazzo d’Accursio. E’ il 21 novembre e l’atmosfera è quasi di guerra civile. Nei giorni precedenti i fascisti avevano saccheggiato la Camera del Lavoro; in risposta i socialisti decidono di dare particolare visibilità all’insediamento della nuova Amministrazione Comunale convocando una grande adunata per il pomeriggio. Il leader fascista Arpinati fa altrettanto con i suoi dopo aver fatto affiggere in città dei manifesti in cui si invita la popolazione a rimanere a casa per non essere coinvolta negli scontri tra militanti delle opposte forze politiche. Quando il sindaco Gnudi, socialista massimalista, si affaccia al balcone circondato dalle bandiere rosse del partito, alcune centinaia di fascisti entrano nella piazza e sparano colpi d’arma da fuoco che creano il panico tra gli astanti; dalle testimonianze dei presenti si sa che anche carabinieri e guardie regie sparano verso l’edificio. A questo punto da una finestra del palazzo vengono gettate alcune bombe nella piazza; nella folla si lamentano nove morti e una cinquantina di feriti, tutti socialisti. Contemporaneamente nella sala consigliare qualcuno spara dal settore destinato al pubblico, uccidendo il consigliere nazionalista Giulio Giordani, mutilato di guerra, uccidendolo. In risposta il governo scioglie l’amministrazione comunale e nomina un commissario. La stampa locale accusa della strage i “bolscevichi”, mentre si intensifica l’attività delle squadre fasciste che prendono di mira le roccaforti dei socialisti nelle città ma anche nelle campagne. La situazione può essere così sintetizzata: “[...] creazione dello squadrismo e applicazione della violenza come metodo di lotta politica furono un prodotto dei fasci cittadini a mano a mano che nelle città si saldava il fronte antisocialista (N. Tranfaglia, N. Bobbio, A. D’Angiò, P. Kemeny, La Storia d’Italia, 20, L’avvento del fascismo e il regime, La Biblioteca di Repubblica, 2005, p. 154).
I fatti di Ferrara si svolgono ad un mese di distanza dalla strage di Bologna. I militanti dei Fasci Italiani di Combattimento organizzano un corteo funebre per commemorare la figura di Giulio Giordani; mentre si dirige verso il Teatro Comunale vengono esplosi alcuni colpi di arma da fuoco, attribuiti a militanti socialisti, che lasciano a terra tre morti (Gozzi, Magnani e Pagnoni) e numerosi feriti (le notizie sono riportate su La Stampa e  L’Avanti, del 22 dicembre). Sono questi i “martiri” che vengono commemorati ad Anita e nel nome dei quali il villaggio viene fondato.
[78] Nello Quilici, direttore del giornale.
[79] Una fotografia dell’evento è pubblicata da V. Penazzi, in: Anita. Dall’antica Humana al 7 aprile 1945. Una terra, la sua gente, Alfonsine 2007,  p. 18.
[80] Impartita da don Battista Geminiani; ibidem.


Ringraziamenti

Sono grato a Don Maurizio Venturini, precedente parroco di Anita, per averr consentito di visitare e documentare l’interno della chiesa e del campanile, a quel tempo non più utilizzati; all’attuale parroco Don Sante Bertarelli per aver facilitato la consultazione dell’archivio parrocchiale. Ringrazio inoltre Matteo Bandini, presidente del Consiglio di Partecipazione, per l’incoraggiamento mostratomi fin da subito; Vanni Geminiani e Daniele Alberti per l’aiuto nella preparazione della chiesa alla campagna fotografica e nella realizzazione dei rilievi metrici; a Daniele Alberti è dovuta anche la loro trasposizione grafica, mentre Vanni Geminiani ha contribuito con la consueta generosità alla ricerca delle fonti.


Bibliografia di riferimento

R. Mariani, Fascismo e “città nuove”, Milano, Feltrinelli Editore, 1976.
N.S. Onofri, La strage di Palazzo D’Accursio. Origine e nascita del fascismo bolognese, Milano 1980.
L. Nuti, R. Martinelli, Le città di strapaese. La politica di “fondazione” nel ventennio, Milano, Franco Angeli Editore, 1981.
A. Cederna, Mussolini urbanista: lo sventramento di Roma negli anni del consenso, Bari, Laterza, 1979.
G. Ciucci, Gli architetti e il fascismo. Architettura a città 1922-1944, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1989.
A. De Bernardi, S. Guarracino (a cura di), Il fascismo, Milano, Bruno Mondadori, 1998.
M. Stampacchia, “Ruralizzare l’Italia!”. Agricoltura e bonifiche tra Mussolini e Serpieri (1928-1943), Milano 2000.
N. Tranfaglia, N. Bobbio, A. D’Angiò, P. Kemeny, La Storia d’Italia, 20, L’avvento del fascismo e il regime, La Biblioteca di Repubblica, 2005.
Città di fondazione italiane 1928/1942, cat. della mostra (Latina 2005-2006, Cagliari 2006, a cura di G. Pellegrini), Latina, Novecento, 2005; in particolare: G. Parlato, Bonifica integrale e anni del consenso, pp. 19-26; G.B. Guerri, Nuove città per gli Italiani nuovi, pp. 23-6; G. Accame, L’economia delle bonifiche, pp. 27-32.
A. Guarnieri, Il fascismo ferrarese, Ferrara, Casa Editrice Tresogni, 2011.
A. Negri (a cura di), Anni Trenta. Arte in Italia oltre il fascismo, cat. della mostra (Firenze 2012-2013), Firenze, Giunti Editore, 2012.


Filo, 20 dicembre 2012


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Il PASSAGGIO DEL FRONTE AD ANITA*

Vander Penazzi      

Quando nell’autunno 1944 gli Alleati, superata sul versante adriatico la Linea Gotica, si stavano avvicinando a Ravenna, i comandi Tedeschi cominciarono a predisporre delle linee difensive fra Ravenna e Ferrara sfruttando al massimo le opportunità che il territorio offriva loro.
Una di queste venne approntata nella zona di Argenta. Essa era costituita ad Ovest dagli argini del Reno e dalla larghezza del corso del fiume; a sud in zona S. Biagio-Bastia sfruttando la intersezione degli argini del Reno e del terrapieno della ferrovia; ad Est producendo dei vasti allagamenti con la sistematica distruzione di ampi tratti degli argini perimetrali della valli di Comacchio e saturando i terreni rimasti scoperti con estesi campi minati.
Contemporaneamente all’inizio di queste opere venne impartito alla popolazione civile l’ordine di sfollamento di quest’area ritenuta di grande importanza strategica. Molte famiglie furono accolte da amici e parenti in località ritenute non strategicamente importanti, altre dovettero cercare soluzioni diverse.
Un buon numero di civili residenti ad Argenta, S. Biagio e Bando trovarono rifugio negli edifici appena ultimati in quello che, fondato nel 1939-40 nella zona della valle Umana, era stato chiamato: Villaggio Anita Garibaldi.
Gli edifici in oggetto erano fondamentalmente tre: la casa del fascio, la scuola con annessa palestra, la chiesa non ancora consacrata, e la relativa canonica. Trattandosi di edifici grandi con spazi interni molto vasti, i nuovi arrivati dovettero sistemarsi, delimitando gli spazi interni con masserizie accostate fra di loro o con materiali di ricupero: assi, tende e quant’altro.
Nella chiesa alcune stufe a legna che servivano per riscaldare un minimo i locali e per cucinare vennero sistemate sotto la torre campanaria in modo che i fumi uscissero senza provocare fenomeni di asfissia all’interno dell’edificio.
A fine dicembre 1944 gli Alleati, ai quali si erano aggregati anche gli uomini della 28a brigata partigiana comandata dal colonnello Arrigo Boldrini (“Bulow”) raggiunsero Sant’Alberto, il Reno e si attestarono sull’argine destro del fiume dalla confluenza del Senio fino al mare.
Nei mesi successivi la ricognizione aerea, con i rilevamenti aerofotografici, e quella sul terreno compiuta da ufficiali osservatori inglesi, che si muovevano a Nord del Reno guidati da partigiani locali, fornirono ai comandi alleati le più ampie informazioni circa la situazione topografica del territorio e quelle relative alla dislocazione sul campo delle truppe tedesche. Questi, infatti, conoscendo la tattica alleata di spianare i centri abitati con massicci bombardamenti avevano evitato di concentrare uomini e mezzi nel paese e tenevano le loro truppe trincerate dentro dei capisaldi in aperta campagna.
Prima dell’inizio delle operazioni, ai primi di aprile 1945, gli Alleati fecero pervenire ai civili, tramite l’organizzazione partigiana, il consiglio di rifugiarsi negli edifici più grandi. Icomandi inglesi, perfettamente a conoscenza della situazione sul territorio, avevano deciso che su di questi, ormai ben identificati e localizzati, non sarebbe stato necessario effettuare bombardamenti di alcun tipo.
A questo punto anche quasi tutti i residenti abbandonarono le piccole case nelle campagne per rifugiarsi dove era stato loro consigliato, anche se non ne conoscevano i motivi.
Il 6 Aprile 1945 iniziò l’operazione d’attacco ‘Lever’ per il superamento del Reno ed il raggiungimento della Fossa di Navigazione ad Ovest di Anita, in direzione di Longastrino. Mentre gli uomini della 167a  brigata di fanteria britannica cercavano di aprirsi un varco nelle linee tedesche, tenuta dalla 42a divisione cacciatori, l’aviazione si accaniva contro i capisaldi e l’artiglieria martellava in continuazione quelle che potevano costituire le vie di comunicazione del nemico, cioè: la strada per la Rotta Martinella, la golena dell’ex Po vecchio di Primaro e la strada che correva vicino all’argine del Reno; tutti luoghi ben distanti dal centro del paese.
Nel giro di due giorni ed in seguito alla costruzione, nei pressi di Sant’Alberto, di un ponte che permise il transito dei carri armati del 10o reggimento ‘Ussari’, il fronte superò l’abitato di Anita e Madonna del Bosco in direzione Longastrino, che venne liberato nei giorni successivi.
Il fronte era ormai passato, l’abitato non aveva subito danni rilevanti e, soprattutto non si erano lamentate vittime, fra la popolazione civile, imputabili all’azione delle truppe alleate.
Dopo il 25 aprile, con il crollo del fronte tedesco e la rapida avanzata degli alleati verso il Veneto, quasi tutti gli sfollati di Argenta, S. Biagio e Bando fecero ritorno alle loro case.
La chiesa a la scuola vennero sgombrate quasi subito, nella canonica alcune famiglie rimasero per anni e nella ex casa del fascio continuarono a viverci fino alla fine del secolo, quando l’amministrazione comunale decise di ristrutturare l’edificio e ricavarne un Centro Civico Polifunzionale.

(*) Le testimonianze sui fatti riportati sono state raccolte da Vander Penazzi il 09.09.2012 presso i coniugi Mazzesi Enzo nato il 27.09.1925 e Mazzotti Aurelia nata il 02.07.1927, e presso i coniugi Tosi Walter nato il 20.03.1933 e Ballardini Carmen nata il 12.08.1934; tutte erano residenti ad Anita all’epoca degli avvenimenti.











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