|
LA CHIESA DI ANITA
(FE)
A 73 ANNI DALLA FONDAZIONE DEL ‘VILLAGGIO RURALE’
Francesco Pertegato
(con una testimonianza di
Vander Penazzi)
Indicazioni di lettura:
le illustrazioni compaiono cliccando sui rispettivi numeri, in verde entro parentesi tonda (...);
le note, riportate in fondo al testo, sono segnalate in azzurro entro parentesi quadra [...].
La bella e per alcuni
aspetti singolare chiesa di Anita di Argenta - purtroppo in una
situazione di
avanzato degrado, accentuatasi dopo le recenti scosse sismiche - fa parte di un complesso architettonico
certamente di pregio, costruito nell’ambito del vasto programma
edilizio extra
urbano che il fascismo realizza in Italia tra il 1928 e il 1939 e che
si
protrae fino ai primi anni di guerra. La mancanza di documenti noti
sull’opera
ci induce ad indagare su quanto avvenuto nei centri maggiori coinvolti
dal
piano, per poter afferrare come questo venga tradotto in un minuscolo
centro,
creato in un’area di bonifica chiamata valle Umana da un antico
toponimo.
L’inquadramento storico che precede la trattazione della chiesa ha lo
scopo non
solo di cogliere le modalità della sua costruzione nel nuovo contesto
‘urbanistico’ ma anche di mettere in luce come una visione della realtà
alterata dall’intento propagandistico sia la premessa che ha condotto
alla sua
preoccupante situazione attuale.
1. Bonifica,
ruralizzazione e borghi ‘di fondazione’
La realizzazione ex novo
di un numero tuttora incerto (una sessantina)
di
città e borghi rurali -
Mussolini preferiva chiamarli comuni rurali -
rappresenta l’espressione concreta dei
due principali programmi del governo fascista nella fase definita ‘del
consenso’ da Renzo De Felice - la ruralizzazione
e la
bonifica integrale
- che il duce pone in essere una volta conclusa l’azione punitiva nei
confronti
dei settori dissenzienti della società, in particolare allo scopo di
sottrarre
il variegato movimento cooperativo alle influenze dei partiti politici.
Non si tratta di programmi
elaborati a tavolino, espressione di un’ideologia che nel 1928 è ancora
in
formazione, quanto del tentativo di dare una risposta alle due maggiori
emergenze che il fascismo, diventato governo del Duce, si trova ad
affrontare:
il calo delle nascite e il crescere della disoccupazione.
La flessione demografica
poteva essere considerata fisiologica per i ceti medi; nel caso dei
ceti operai
cittadini era invece l’inevitabile conseguenza delle disastrose
condizioni di
vita, soprattutto per quelli di recente immigrazione, richiamati in
città dalle
nuove industrie e costretti a vivere in una promiscuità (le statistiche
dell’epoca attestano la disponibilità di un letto ogni due e anche tre
abitanti), che moltiplicava malattie e mortalità infantile.
Dal canto suo la disoccupazione
era alimentata, tra le altre cause, dal mai risolto problema mai dei
combattenti tornati dal fronte della grande guerra - intorno ai 500.000, in
gran parte
contadini e analfabeti, di cui 40.000 mutilati
- uno
dei serbatoi elettorali di Mussolini che li aveva infiammati con le
proteste
per la ‘vittoria mutilata’ (slogan coniato da Gabriele D’Annunzio), e
che
adesso gli si rivolgono, in molti casi perché delusi dalla gestione
fallimentare delle cooperative agricole da loro stessi costituite.
Il piano di bonifica e
appoderamento, grandioso nelle intenzioni (Mussolini si proponeva di
dar vita a
475.000 piccole aziende agricole), investe molte aree del paese: la
costa
adriatica intorno al delta del Po, la Maremma Toscana,
l’Agro Romano, le paludi Pontine, le Puglie, la Sicilia e la Sardegna. Preposta
all’organizzazione è l’Opera Nazionale Combattenti (ONC), presso il cui
archivio si trova sia quanto resta della documentazione riferita alle
progettazioni, sia la corrispondenza organizzativa e burocratica, che
include
una massa consistente di richieste avanzate dai coloni di poter tornare
ai
luoghi d’origine. L’operazione - che viene abilmente sfruttata a fini
propagandistici e che con la bonifica delle paludi Pontine conoscerà
anche
un’eco internazionale
-
richiede e provoca infatti una vasta migrazione interna.
Le linee guida di questo
sommovimento sono categoricamente fissate da un disegno di legge dello
stesso
Mussolini, approvato il 15 novembre 1930, in cui
vengono introdotte due
fondamentali disposizioni:
·
l’ “obbligatorietà
della assunzione di una quota parte di lavoratori ‘forestieri’ dalle ditte appaltatrici ed esecutrici di
opere sovvenzionate dallo Stato o eseguite per conto dello Stato”
·
l’ “intervento
[dello Stato ndr] nella stipulazione e nella modifica dei Contratti
Collettivi di lavoro allo scopo di facilitare le migrazioni e la
colonizzazione
interna”.
Inizia così un sistematico
trasferimento, spesso forzato, di braccia da lavoro da una parte
all’altra del
paese. Ferrara diventa uno dei principali centri di approvvigionamento
di
uomini verso le città Pontine, soprattutto negli anni 1933-1936. Nel
1933 viene
addirittura emesso un decreto speciale di Mussolini (15 luglio) che
ordina il
trasferimento del “maggior numero possibile di famiglie” verso zone a
scarso
indice demografico, su richiesta dei locali “datori di lavoro,
lavoratori,
professionisti e artisti associati”.
La migrazione, che avviene
sotto il controllo dei prefetti, diventa anche lo strumento per
allontanare dal
territorio della provincia gli elementi indesiderati.
Questa prassi impositiva
costituisce il primo limite del programma, in quanto trasforma in
coloni
lavoratori che nella maggioranza dei casi non hanno alcuna esperienza
di
conduzione agricola e che vedono presto tradite le aspettative
sollevate dal
regime, spesso non riescono neppure a produrre lo stretto necessario
alla loro
sussistenza, dovendo pagare canoni esosi alle ‘università agrarie’
preposte
alla loro assistenza tecnica.
Sovente poi la furia di fare
presto impedisce che la bonifica venga condotta come necessario,
creando in tal
modo le condizioni per l’insorgere della malaria e di altri gravissimi
disagi
per la popolazione.
Resistenze, scioperi e
atti
di sabotaggio contro l’ONC non si contano. D’altra parte è risaputo che
solo il
58% dei lavori di bonifica viene portato a termine e che poco più di un
terzo
dei progetti di irrigazione viene completato anche perché manca
un’efficace
programmazione nazionale. In particolare, poiché era più facile
programmare i
tempi delle costruzioni edilizie che non quelli della bonifica dei
terreni, i
coloni spesso ricevevano una casa fresca di muratura ma un appezzamento
ben
lontano dall’essere un podere produttivo.
Anche la ‘battaglia demografica’ lanciata da Mussolini con premi
assegnati alle
famiglie prolifiche, non raggiunge il suo obiettivo: la natalità tra i
coloni
scende addirittura sotto la media nazionale. Dal canto loro i dati
della
produzione agricola sono troppo incerti perché si possa fare un reale
bilancio
degli effetti della bonifica integrale.
Per
quanto riguarda infine l’occupazione, dopo una prima flessione tra 1923
e 1926,
la disoccupazione aumenta per raggiungere il picco di 1.300.000 unità
nel 1933
e attestarsi sul milione negli anni immediatamente successivi; anche
l’incremento di occupazione dovuta all’attività di bonifica rimane
scarsamente
rilevante.
Il programma evidentemente
non raggiunge i frutti sperati se, ancora nel 1934 (18 marzo),
Mussolini
impartisce una direttiva che fissa gli obiettivi dell’appoderamento:
”La parola
d’ordine è questa: entro alcuni decenni tutti i rurali d’Italia devono
avere
una casa vasta e sana [...] Solo così si combatte il nefasto
urbanesimo; solo
così si possono ricondurre ai villaggi ed ai campi gli illusi e i
delusi che
hanno assottigliato le vecchie famiglie per inseguire i miraggi
cittadini del
salario in contanti e del facile divertimento”.
2. Urbanesimo e ruralità:
due modelli in conflitto
Per quanto riguarda la
ruralizzazione il regime, e Mussolini in prima persona, vivono una
situazione
contraddittoria,
non solo e non tanto per la centralità assegnata all’industria nella
politica
economica nazionale, ma anche per il ruolo che le città continuano
necessariamente a ricoprire, oltre che ai fini produttivi, nella
politica del
consenso. Gli eventi di massa del fascismo avvengono infatti
soprattutto nelle
grandi città, in primo luogo a Roma, ridotta a puro feticcio della
‘romanità’.
Ciò che spaventa è il
fatto
che nel contesto urbano le organizzazioni operaie sono più forti e
sboccano più
facilmente in azioni sovversive; Torino si distingue tra tutte: nel
1920 aveva
visto dilagare gli scioperi operai, fino all’atto estremo di
occupazione delle
fabbriche.
Le
città sono anche il luogo dove i ‘vizi’ della modernità hanno le loro
conseguenze più deleterie, in particolare sulla natalità.
Tutto
questo non impedisce tuttavia che ci si occupi anche dei problemi
urbani,
soprattutto con programmi di sventramento in base a presupposti di
natura
igienico-sanitari; ma anche con la creazione di quartieri nuovi (come
il Foro
Italico, l’Eur e la città universitaria a Roma) o di riqualificazione
architettonico-urbanistica come a Torino (rifacimento di via Roma),
Bolzano
(Arco della Vittoria), piazze della Vittoria (Genova e Brescia) e
Firenze
(stazione ferroviaria).
Per contrastare la
disgregazione sociale e le tentazioni sovversive di una società avviata
verso
l’industrializzazione
il
fascismo punta pertanto alla creazione di nuove comunità piccole e
medie in
area agricola, destinate a diventare sedi privilegiate della nascente
‘civiltà
rurale’, terzo elemento di una filosofia dello Stato che sta prendendo
corpo.
Lì i coloni non abitano intorno al centro cittadino per andare di
giorno a
lavorare i campi e tornare la sera, com’è nei borghi del meridione, ma
vivono
isolati sul loro podere e si spostano in centro solo quando necessario.
In
questo modo si vogliono ridurre anche i rischi di destabilizzazione
rappresentati dai collettivi bracciantili, soprattutto in Veneto e in
Emilia
Romagna.
A seguito di questo
programma, nel ventennio ben 2 milioni e 400 mila ettari di terreno
vengono
trasferiti dalla grande e media proprietà terriera ai coloni, piccoli
proprietari ‘sproletarizzati’. Operazione analoga, ma senza
trasferimento di
proprietà, è costituita dal piano detto ‘Cini, Balbo, Klinger’ nel
ferrarese,
che prevede di ricavare dalle grandi aziende 16.000 poderi di 10 ettari
ciascuno da
assegnare ai braccianti in regime di mezzadria. In tal modo si spera di
legarli
alla terra e di farli scomparire come categoria (a metà degli anni ’30
i
braccianti erano 170.000 unità, mentre affittuari e mezzadri con le
loro
famiglie raggiungevano appena le 70.000).
3. Caratteristiche dei
borghi di fondazione
I nuovi centri sono
costituiti fondamentalmente delle sedi dei servizi e delle istituzioni,
tra le
quali primeggiano la casa del fascio e la torre littoria, sostituto
fascista di
quella civica, e la chiesa.
Come osserva Mariani queste
nuove entità urbane rivelano la “volontà di costruire città che non
siano
città, riformare la società italiana esaltando la campagna con sistemi
e modi
‘urbani’, proporre una ‘nuova società’ su basi pseudotradizionaliste”.
Questo deriva con ogni probabilità dalla
compresenza, all’interno del fascismo, di posizioni differenti se non
contrapposte. Si coglie probabilmente la vera natura dei nuovi borghi
attraverso la definizione che ne dà Luigi Piccinato, nel 1934: ”Esse
non sono città
ma centri comunali agricoli; [...] il fine di esse non è quello di
vivere alle
spalle della bonifica dei terreni, ma all’opposto esse sono sorte al
servizio
della bonifica”.
Giovannoni - uno dei
protagonisti insieme a Piacentini del dibattito sull’architettura
fascista -
fornisce dal canto suo indicazioni se non proprio di uno stile
architettonico
dei nuovi edifici, di un carattere che deve essere in armonia con il
contesto:
“[...] le nuove borgate dovranno essere tali da non alterare il
carattere
dell’ambiente, pur rispondendo a modernità ed a utilità pratica.
Abbiano un nucleo
di case compatte, pur non troppo alte che contengano la piazza
principale,
raccolta e tranquilla come le piazze antiche, al di fuori del movimento
di
passaggio; poi la fabbricazione venga degradando in intensità verso
l’esterno,
adattandosi al terreno, creando armoniche associazioni di masse, ma non
seguendo troppo rigidi sistemi; e, se mai, le ispirazioni ne siano
tipicamente
locali, ché non poco c’è da imparare dallo studio delle formazioni
urbanistiche
di molti paesi nostri o aventi piani vari e frastagliati come un
organismo
naturale, od a schema stabilito ad arte.[...] ed in ogni modo la
formula del
buon senso e del buon gusto dovrebbe essere semplice semplice italiano
italiano”.
Informazioni di massima su
tecniche e materiali si possono invece dedurre dalla relazione del
piano
regolatore di Pontinia dal quale viene in luce anche una sostanziale
approssimazione nell’affrontare l’organizzazione degli spazi: “I
progetti tutti
sono stati studiati con la collaborazione artistica dell’architetto
Oriolo Frezzotti.
L’architettura dei singoli fabbricati è ispirata dalla ruralità
dell’ambiente,
facendo predominare il motivo che gioca sul contrasto del paramento a
cortina
di mattoni con varie tinte su intonaco e limitatissimi rivestimenti in
travertino o finto travertino. Nelle piante si è cercato di distribuire
i
diversi vani in modo da ottenere il massimo rendimento in rapporto allo
scopo
al quale i fabbricati stessi devono servire”.
Come si vede
l’orientamento
formale proposto, soprattutto per gli edifici di abitazione è la
‘rusticità’,
coniugata con l’impronta tradizionale italiana. Scrivono in proposito
Nuti e
Martinelli: “Colori e materiali delle città nuove rientrano anch’essi
nella
tradizione nazionale, verso cui respingeva inesorabilmente lo spettro
dell’autarchia
e la messa al bando del cemento armato, del ferro e del vetro. La
muratura
ordinaria coperta di intonaci chiari costituisce la facies
della città
mentre è limitato e dosato l’impiego del mattone a faccia vista, del
marmo
chiaro e poroso (travertino, peperino) a grandi lastre per rivestimenti
e
zoccolature [...]”.
E
ancora: “La dimensione strapaesana rimane il dato più evidente e comune
a tutte
le città nuove, dove la ruralità viene realizzata per trasposizione,
ruralizzando cioè un’immagine cittadina profondamente radicata nella
storia
italiana, quella della gloriosa città stato comunale, rozzamente
rivisitata
dall’ideologia fascista”.
Non si può non segnalare,
in
chiusura, che anche il grande architetto francese Le Corbusier resta
colpito dal
grande progetto mussoliniano. In procinto di venire il Italia per un
giro di
conferenze, nel marzo del 1934, decide infatti di portare con sé la
documentazione degli studi di urbanesimo rurale della zona del Sarthe;
perde
però ben presto l’interesse dopo che, nel dicembre di quell’anno,
vengono
divulgati i progetti relativi a Pontinia. Ciò che lo delude è proprio
la
falsità della ricostruzione di un ambiente rurale; soprattutto la
pretesa di
ricreare la ruralità a tavolino, in un puro gioco intellettuale, da
parte di un
urbanista del XX secolo. Queste città non sono segni di un regime nuovo
ma il
trionfo della componente provinciale, strapaesana della cultura
italiana, che
trionfa ancora una volta nel fascismo.
La presenza della chiesa,
solitamente nell’area centrale del borgo, più che rifarsi alla
tradizione della
piazza italiana intende dare visibilità al riconoscimento concordatario
che
aveva posto termine (l‘11 febbraio 1929) alla
pluridecennale lacerazione tra Stato e Chiesa legata alla
‘questione romana’.
Nonostante sia indubbiamente
pretestuoso il modo in cui la ‘spiritualità religiosa’ viene inserita
nel
dibattito sull’architettura funzionale, non si può negare che l’impegno
per
conferire alle facciate un effetto scenografico diventi uno degli
elementi su
cui maggiormente si esercita l’estro dei
progettisti.
Considerati nel loro
insieme
i luoghi di culto delle città nuove ripropongono un po’ pedestremente
la
tipologia del passato, compresa tra Medioevo ed eclettismo, in una
sorta di
a-temporalità che lascia spazio ad una grande libertà d’espressione.
Tra i
tanti esempi alcuni meritano d’essere segnalati.
Ad Alberese, la chiesa di S.
Maria (Fedi, 1936) si ispira alle forme della vicina abbazia di S. Rabano (XI secolo) e più in generale al
romanico tosco-sardo.
A
Littoria/Latina, la chiesa di Capograssa (S. Michele, 1932),
ha
la forma della basilica con pronao, così come quella di Borgo Naisizza.
A
Guidonia, la chiesa della Madonna di Loreto (Calza Bini, 1937) ha vasta
facciata rettangolare, a fasce orizzontali bicolori, con grandioso
rosone
centrale che ricorda la basilica di S. Maria di Collemaggio all’Aquila,
ma
anche il duomo di Todi. C’è invece un richiamo a S. Maria dei Miracoli
a
Venezia nella cimasa semicircolare della chiesa del borgo Laserpe, a
Segezia
(Mezzanone, 1936).
La
pianta quadrata nella chiesa di Pozzo Genovese a Littoria/Latina
(Sabotino,
1931)
ricorda invece quella di S. Maria della Consolazione a Todi. Un
richiamo
all’architettura del trullo si può infine osservare nella chiesa di
Borgo Appio
(Tufaroli-Silenzi, 1939).
Soltanto la chiesa di Cristo
Re a Sabaudia viene coinvolta nel dibattito sull’architettura cittadina
ed
esaltata come modello di chiesa della nuova era.
Nel variegato panorama delle
nuove chiese c’è un solo elemento comune, le dimensioni eccessive
rispetto alle
prospettive d’uso, funzione solo del volume richiesto in relazione al
circostante contesto architettonico. Ciò significa che l’effetto
voluto, di
creare un centro appartato di raccoglimento, si disperde nell’eccessiva
dilatazione dello spazio. Tanto che in molti casi la piazza, destinata
principalmente alle adunate, era difficile da riempire anche nelle
occasioni
più importanti.
Di fronte a quella di
Anita
(fig. 5),
prima degli interventi che ne hanno in qualche modo ‘spezzato’
l’unitarietà, la
prima impressione era di impossibilità ad abbracciarla con un unico
sguardo,
oltre ad una vaga sensazione di agorafobia. La visione in pianta
dell’abitato
attuale rende l’idea dell’incommensurabilità della piazza rispetto al
tracciato
urbano (fig. 6). Per la stessa
ragione risultava infimo il monumento a
Garibaldi realizzato nel dopoguerra, con una lapide in ricordo dei
caduti della
resistenza (fig. 55),
rimasto in opera al centro della piazza fino al 1996, anno in cui è
stato
realizzato dallo scultore Enzo Babini il monumento delle stagioni.
Vale la pena di riportare
quanto scritto nello Studio di fattibilità che è alla base
dell’intervento di
recupero dei due edifici civili realizzato tra 2005 e 2006.
“Ciò che si percepisce
arrivando ad Anita è un grosso scollamento tra quella che è l’immagine
della
piazza e la funzione effettiva che essa esercita. [...] Ad Anita
riscontriamo
la composizione degli assi generativi urbani orizzontali, tagliati
perpendicolarmente; l’organizzazione scenografica dello slargo della
Piazza nel
fulcro del paese, e la quinta urbana che gli edifici formano
imponendosi ai
lati di essa.Ecco che l’interesse funzionale del singolo episodio
architettonico viene posto in secondo piano: in tali condizioni gli
edifici non
sono autosufficienti, ma è nel loro insieme che, come coronamento di
uno slargo
inteso come spazio percettivo-fruitivo, essi si propongono come scorci
in
apertura e/o in chiusura e contornano perfettamente il grande vuoto
della
Piazza”.
4. A
proposito della qualità architettonica
E’
legittimo a questo punto
porsi la domanda: quale posto occupa questa produzione edilizia nella
storia
dell’architettura italiana?
In attesa che più
approfondite ricerche dirimano la questione, possiamo affidare la
risposta allo
studioso Riccardo Mariani che più di ogni altro ha approfondito il
rapporto tra
il programma di agrarizzazione di Mussolini e la sua traduzione in
edificato:
“Che cosa intendesse il fascismo per architettura nessuno ancora poteva
dirlo,
c’erano delle indicazioni spesso contraddittorie, ma che certamente non
escludevano in quel momento alcuna possibilità. Al contrario. [...] Ma
c’era
soprattutto la diffusa ignoranza e il pigro opportunismo degli
architetti italiani così come di tante altre categorie. Non bisogna
dimenticare
a questo proposito il giudizio sostanzialmente negativo che Persico
[tra i
migliori professionisti di quella stagione progettuale, ndr] dava dei
razionalisti italiani, forse non del razionalismo in generale seppure
accettato
con ampie riserve; ma certo non aveva una grande stima né per i
progettisti né
per i teorici italiani di quel movimento”.
Marcello Piacentini dal
canto suo, nel numero di maggio del 1936 della sua rivista, presentando
i
vincitori del concorso per il piano della nuova città di Aprilia, aveva
criticato duramente molti dei progetti per la loro superficialità e la
loro
inadeguatezza culturale rispetto alle precedenti esperienze, sia
italiane che
straniere.
Il dibattito e le
polemiche che
animano questo periodo ruotano intorno a due sostanziali presupposti di
fondo:
da un lato la tendenza socializzante espressa da certe forze del
regime,
dall’altro la volontà di creare il supporto materiale di una ‘nuova
civiltà’,
desunta da contributi teorici vari.
Scrive sempre Mariani: “Il significato di un’architettura che non era
di fatto
né classica, né razionale, né nazionale ma soltanto eclettismo
monumentale o
meglio monumentalismo eclettico, dava a Mussolini la possibilità di
creare gli
spazi in cui accogliere quella ‘civiltà rurale’ che andava
pazientemente
costruendo”.
E più avanti mette l’utilità per il regime dell’inevitabile
concorrenza, se non
di vera conflittualità, esistente all’interno della corporazione dei
progettisti: “Se Mussolini fosse riuscito a coinvolgere tutti gli
architetti
italiani in un solo orientamento, avrebbe disposto di un piccolo
esercito di
propagandisti capaci di costruire chiari simboli del potere in ogni
provincia,
ma di fatto il fascismo non riuscì ad imporre un suo specifico stile
finché le
necessità della pianificazione non lo portarono al controllo totale
sugli
uomini e sui loro prodotti. Fino a quel momento i rapporti tra regime e
architetti ricordano che al ‘Regime fascista devono la valorizzazione
del titolo
di Architetto e la legittima difesa della loro vita professionale e
artistica,’
e non perdono occasione per ribadire la volontà di una loro presenza
dentro le
strutture dello Stato”.
Mussolini aveva bisogno dell’appoggio di molte categorie professionali
tra i
quali gli architetti. Per ingraziarseli non era necessario epurare,
bastava
dividere, contrapporre, non solo gli architetti gli uni dagli altri, ma
anche
gli architetti dagli ingegneri.
Valutata
nel suo complesso,
la prima considerazione su questa massiccia edificazione che appare
condivisa
da molti studiosi è che si tratta di interventi di livello qualitativo
assai
vario, spesso concepiti ciascuno per sé, i limiti fondamentali essendo
rappresentati dalla frammentarietà e dalla disorganicità. Nonostante
ciò va
riconosciuto che nello stratificarsi di queste esperienze risiedono le
premesse
che porteranno alla legge urbanistica varata dal regime nel 1942.
Anche se non di rado
meritevole d’interesse, e spesso di fattura non mediocre, il vasto
patrimonio
architettonico delle città di fondazione è stato vittima, nel
dopoguerra e in
molti casi fino ai nostri giorni, di un doppio ostracismo: sul piano
pratico è
stato in larga parte abbandonato al degrado, spesso inevitabile poiché
gli
edifici, adibiti in molti casi a rifugio per gli sfollati e ad altri
usi
impropri, richiedevano sostanziali ristrutturazioni e/o costose
manutenzioni.
Per quanto riguarda gli studi va denunciata una lacuna che si è
cominciato a
colmare da non più di tre decenni; in particolare la documentazione
grafica e
fotografica, indispensabile per le opere di architettura, è carente in
quantità
e modesta in qualità.
Numerosi sono stati tuttavia i casi di recupero, con esiti diversi per
quanto
riguarda il rispetto filologico delle architetture. Nel ferrarese è
certamente
apprezzabile l’impegno profuso per il restauro di numerosi degli
edifici a
funzione pubblica di Tresigallo, così come quello delle scuole e della
casa del
fascio di Anita, questi ultimi grazie ad un intervento condotto
dall’Amministrazione
Comunale con finanziamenti europei. Attualmente sono adibiti
rispettivamente a
sede per la formazione del personale della Polizia Municipale e a
ristorante e
centro polivalente.
Del complesso architettonico
fa parte anche la chiesa il cui studio costituisce i due successivi
paragrafi
di questo scritto.
5. Chiesa e campanile nel
‘villaggio Anita Garibaldi’
FONDAZIONE ED EDIFICAZIONE DEL
BORGO - La bonifica del territorio intorno ad Anita ha
inizio nel 1921 con la bonifica del ‘Mantello’, prosegue nel 1924 con
la zona
‘Testa’, nel 1925 con il prosciugamento del bacino ‘Umana-Montecatina’,
di 3250 ettari
(dove viene
costruito l’impianto idrovoro ‘Umana’), nel 1930 con la zona ‘Umana’ e
si
conclude nel 1934 con la zona ‘Gramigne’. Quest’opera ingente richiama
coloni
da fuori, soprattutto dal Veneto e dal Friuli.
L’appoderamento della zona ‘Umana’ richiede un
proprio centro, fondato il 20 dicembre 1939 (XVIII dell’era
fascista), col nome di Anita, in memoria della moglie di
Garibaldi, morta il 4 agosto 1849 nella
fattoria Guiccioli, a pochi chilometri di distanza, in località
Mandriole.
Alla posa della prima pietra
presenziano Italo Balbo, quadrumviro e Maresciallo
d’Italia, rientrato appositamente da Tripoli il giorno
prima, il Ministro dell’Agricoltura Giuseppe Tassinari, il
vice-segretario del
Partito Mezzasoma. La notizia viene data a caratteri cubitali dal
Corriere di
Ferrara (fig. 1), il 20 medesimo
nella pagina locale del Corriere Padano; con
rilievo anche maggiore nella prima pagina della stessa testata (fig. 2), il
giorno successivo. L’articolo dedicato all’evento riprende ovviamente
tutti i
temi che l’ideologia del regime nel frattempo consolidatasi legava a
massicce
opera di appoderamento come quelle condotte nell’agro ferrarese (vedi
Appendice).
Nell’occasione vengono
inaugurate le case coloniche del primo appoderamento, alcune della
quali
sopravvivono (fig. 3), caratterizzate da
una grande scritta a rilievo su
un prospetto laterale: ‘ANNO 1940 XVIII’
(fig. 4). Si pone poi la
prima pietra di una delle case del secondo
appoderamento.
A realizzare l’intervento
è
il Consorzio della Bonifiche Argentane.
La
spesa totale prevista è di 1.200.000 £, così ripartite: Il 75% a carico
dello
Stato e il 25% di altri enti (di questo la metà a carico del Consorzio
e il
rimanente del Comune di Argenta).
Guardando alla chiesa, ai
due lati della piazza (fig.5) (fig.6) si affacciano le
Scuole con annessa palestra
a sinistra , la casa del fascio a destra; nel progetto iniziale i due
edifici
erano invece affiancati, sulla destra. Chiesa, scuole e casa del fascio
vengono
ultimati nel settembre del 1943; mancano solo alcuni lavori di
completamento
della piazza per rendere accessibili le strade previste dal piano
regolatore, e
sulle quali si affacciano le abitazioni, e rendere praticabile la
grande piazza
massicciando almeno le sue direttrici. Ma in quell’anno i lavori
vengono
sospesi per la guerra. Bombardamenti e razzie provocano poi gravissimi
danni
alle opere non ancora collaudate.Gli edifici vengono in seguito
occupati da
sfollati rimasti senza casa per i bombardamenti che nei dintorni erano
iniziati
già dal 1942. A
tre anni dalla fine della guerra, nel 1948, vi alloggiano ancora ben 37
famiglie, per un totale di circa 150 persone. Nel 1949 si procede al
ripristino
dei coperti che erano andati distrutti (originariamente erano stati
eseguiti a
terrazzo ma, essendo fortemente lesionati, vengono ricostruiti a falda in cemento armato con manto di
tegole). Nel 1950 vengono ripristinati gli infissi della scuola. Solo
nel 1961
le famiglie dei senza tetto lasciano tutti gli stabili; nel frattempo,
infatti,
il Comune aveva costruito le ’case popolari’, altre abitazioni erano
state
edificate dallo IACP. Poiché il contributo statale nella costruzione
dei tre edifici
era stato pari al 75%, l’11.07.1962 il Consorzio delle Bonifiche
Argentane
consegna gli edifici al Demanio, sulla base di una disposizione del
Demanio
stesso.
COSTRUZIONE DELLA CHIESA - La data di
completamento dell’edificio di culto resta incerto e non
sembra corretto ipotizzare il 1941 in base all’anno di fusione delle
tre campane.
Molto probabilmente la chiesa viene coinvolta come gli edifici civili
negli
eventi del II conflitto mondiale e non viene adibita al culto se non
diversi
anni dopo la guerra.
Ancora nel 1951 si chiede infatti di utilizzare provvisoriamente come
chiesa
l’ex bottega del fabbro. Viene restaurata tra 1951 e 1954,
dal
Genio Civile,
ma la copertura a terrazza dell’area presbiteriale lasciava penetrare
acqua;
verrà successivamente sostituita da un tetto a due spioventi.
Il 14 giugno 1954
l’Arcivescovo Mons. Egidio Negrin costituisce la nuova parrocchia,
sottraendo
parte del territorio di pertinenza a quelle di Longastrino e S.
Adalberto.
Intitolata alla Beata Maria Vergine Immacolata,
viene riconosciuta agli effetti civili due anni più tardi.
Diversi sacerdoti si succedono nella cura d’anime, col titolo di
Economo
Spirituale,
lo stesso col quale entra in parrocchia Don Angelo Casadei, il primo
settembre
1956, per rimanervi fino al 28 dicembre 1969. Gli bastano un paio di
settimane
per constatare che: “Sono 11 anni almeno che questo paese è veramente
‘terra di
nessuno’ [...] Non essendovi un Ente particolare che abbia competenza
sulla
proprietà nessuno si preoccupa della sistemazione”.
Ad
eccezione della chiesa nessun edificio è stato propriamente restaurato;
tutti
ospitano ancora sfollati: 2 famiglie nella palestra, 5 nelle scuole, 6
nella ex
casa del fascio, 8 nella canonica. Don Angelo alloggia con la madre in
due
stanze di proprietà di Taroni Giulio.
La
scuola funziona con non pochi disagi: 5 classi, per complessivi 140
bambini,
dispongono di tre sole aule e sono seguite da tre insegnanti.
CHIESA, ESTERNO
(fig. 7) (fig. 8)- Il paramento
murario è in mattoni a faccia vista, decorato e
profilato da cornici modanate in cemento armato che simula lastre di
travertino
con venature leggermente diverse (fig. 9).
Gli elementi di finitura sono le
zoccolature (arcuata all’esterno dell’abside), le cornici che profilano
la
facciata e i tre arconi che scandiscono in facciata l’articolazione in
tre
navate. La modanatura delle cornici riprende un motivo classico dei
portali del
primo romanico, composto di una colonnina tra due pilastri disposti a
90° l’uno
dall’altro. Cornici più semplici, nelle quali sono affogate le gronde (fig.
10), decorano la sommità delle pareti esterne laterali,
mentre le sommità
anteriore e posteriore del tetto e i muri che circondato le coperture a
terrazzo sono coperti da lastre di cemento, anch’esse imitanti il
travertino.
Completa la decorazione una
croce latina (fig. 7), sempre di falso
travertino, posto sulla sommità del
tetto a capanna della navata principale. Il coperto della navata
centrale è a
tegole marsigliesi, quello delle laterali a terrazzo (fig. 10); la sezione
semicircolare dell’abside è coperta da un tetto con modesta
inclinazione, al
punto che da lontano si può pensare che sia anch’essa coperta a
terrazzo (fig.
11).
Antistante l’intera facciata
è un marciapiedi in pietra d’Istria,
composta
con tagli obliqui negli angoli.
Addossata in parte al
prospetto laterale nord è la casa parrocchiale (fig. 12).
CHIESA, INTERNO - La chiesa è
a tre navate, separate da quattro archi
poggianti su altrettanti pilastri (fig. 13) (fig. 14). La
navata centrale è coperta
da volta a botte (fig. 15); le due laterali
sono scandite da fasce trasversali
in corrispondenza dei pilastri, mentre ciascuna delle campate è coperta
da
volta a vela (fig. 16). Il presbiterio e
l’abside semicircolare (fig. 17)
completano la navata centrale verso est, secondo l’orientamento
consueto delle
chiese cristiane; sono soprelevati di un gradino e non voltati ma
coperti da un
soffitto orizzontale (fig. 18), all’altezza
dell’attacco dell’arco trionfale.
Lo spazio verticale di risulta corrispondente alla sommità dell’arco è
chiuso
da una grande vetrata (finestra termale - fig. 13),
decorata da una croce
azzurra, raggiata di giallo su fondo trasparente, che assicura
all’interno una
straordinaria luminosità; secondo alcune testimonianze orali la vetrata
originaria era diversamente decorata (attualmente mancano tre dei
quattro raggi
gialli).
L’altare, preceduto da tre
gradini (fig. 19), è di marmo
chiaro, del tipo a sarcofago di fattura sobria,
con piano dal profilo modanato e, sul fronte, una sola specchiatura
decorata da
una croce in marmo verde scuro.
La parete absidale presenta
tre finestre con profilo superiore arcuato, originariamente chiuse da
vetri
colorati montati su struttura lignea a disegno geometrico (fig. 20); allo stato
attuale una è di sostituzione e un’altra non ha più i vetri originari.
Finestre
analoghe, ma con diverso impianto decorativo si trovano sia sulle
pareti
laterali che su quella anteriore in corrispondenza di ciascuna
navatella (fig.
21). La facciata è inoltre traforata da un’altra finestra
che impegna tutto la
porzione inclusa dall’arcone, in corrispondenza della porta centrale.
Presenta
anch’essa come decorazione una grande croce latina allungata ma è
probabile che
i vetri originari siano stati sostituiti (fig. 15).
Sulle pareti esterne delle
navatelle si allargano due cappelle in posizioni simmetriche (fig. 22),
aggettanti all’esterno, con soffitto voltato a botte, entrambe
illuminate da
una finestra posta sul lato corto orientato ad ovest (fig. 23). Contenevano un
semplice altare a mensa (fig. 24) poggiante
anteriormente su due pilastrini
quadrati con base e capitello parallelepipedi, posteriormente su una
lastra di
marmo che presenta una croce decorativa simile a quella dell’altare
maggiore.
E’ rimasto in sito solo l’altare della cappella sinistra. Quella destra
è stata
infatti adibita a battistero, realizzando un fonte battesimale moderno
(i
frammenti dell’altare originario, rimosso, sono stati spostati
nell’area
antistante l’accesso al campanile). Il fonte originario (fig. 25), in marmo e
di buona fattura, è stato trasferito in un ambiente della canonica
adibito al
culto da quando chiesa è divenuta inagibile.
Pareti e volte sono
intonacati e dipinti di bianco. I pilastri (fig. 26), che hanno forma
di croce
greca allungata sull’asse est/ovest, presentano un capitello modanato e
uno
zoccolo piano (fig. 27): l’intonaco del
fusto imita un travertino giallo chiaro
con venatura obliqua, il capitello uno leggermente più scuro, lo
zoccolo é in
falso travertino grigio chiaro. Lo stesso vale per le semplici lesene
che
aggettano dalle pareti.
Il pavimento è a mattonelle
di graniglia di colore bianco e nero (fig. 28),
composte a scacchiera, con
fasce di collegamento trasversale e longitudinale tra i pilastri,
bianche
profilate di nero.
Gli arredi lignei sono
costituiti da due confessionali e dai banchi (fig. 29), di legno. La
suppellettile è tuttora contenuta in un piccolo vano apposito
(sacrestia) al
quale si accede sia dall’abside, sia dalla parete di fondo della
navatella
sinistra.
CAMPANILE - E’ un semplice
parallelepipedo (fig. 30) (fig. 8) con una
finestratura a tre feritoie per lato
sulla sommità (come a Fertilia) e tre finestre che corrono quasi per
l’intera
lunghezza su tre dei lati (il quarto è contiguo alla chiesa). Una
simile finestratura
in alto e una lunga finestra centrale che giunge fino a terra si trova
nel
campanile della chiesa dell’Annunziata a Sabaudia (1936).
La cella campanaria è
raggiungibile mediante una scala metallica che corre, a rampe
alternate, sul
lato sud. Le tre campane sono montate su incastellatura lignea e ancora
manovrabili con corde che arrivano a terra. Sul fianco opposto a quello
con
l’insegna del fonditore ci sono dei medaglioni con santi e una figura
di
vescovo (fig. 31), forse il
committente.
ATTRIBUZIONE - Il
villaggio di Anita costituisce un nucleo tutt’altro che trascurabile
per
qualità e per completezza ma non possiede caratteristiche così marcate
da poter
stabilire paralleli inequivocabili; com’è d’altra parte per molta
dell’architettura coeva dei piccoli centri. Qualche informazione può
essere
dedotta più che dalla chiesa dai due edifici d’uso civile: le scuole (fig.
32) (fig. 33) con annessa
palestra (la si raggiunge percorrendo un breve tratto
porticato) a sinistra, la casa del fascio a destra (fig. 34). Al centro di
quest’ultima è una tozza torre littoria, con balcone sopra l’ingresso
principale sovrastato da una grande arcata decorativa (fig. 35), enfatizzata
dall’uso alternato di mattoni a faccia vista e di due diversi colori di
intonaco. L’unico elemento caratterizzante i due edifici, organizzati
su piante
rigorosamente ortogonali, sono i corpi semicircolari corrispondenti ai
vani
scala, sporgenti sul retro, collocati rispettivamente verso est quello
delle
scuole (fig. 33), al centro nella
casa del fascio (fig. 36). E’ lo stessa
elemento morfologico che si vede a Tresigallo, nella Sede dell’Opera
Maternità
e Infanzia
(fig. 37) e nella ‘Casa del
ricamo’ (ora circolo amici). La canonica, poi,
riprende, sia nella morfologia che nelle profilature delle porte e
delle
finestre, quelle della scuola (fig. 38)
(fig. 39). Gli edifici di
Tresigallo appena
segnalati sono dovuti all’ingegnere Carlo Frighi. Questi aveva firmato
i
progetti esecutivi e diretto i cantieri per la realizzazione una
ventina di
edifici a funzione pubblica realizzati nella cittadina, oltre a vari
altri
destinati ad attività commerciali e industriali, tra 1935 e 1938,
per
incarico e sulla base delle direttive fornitegli dal Ministro
dell’Agricoltura
e Foreste Edmondo Rossoni, nativo del posto, che era stato a capo
dell’organizzazione sindacale fascista di Ferrara nel 1921.
La cronaca della posa della
prima pietra ad Anita, pubblicata sul Corriere Padano del 21 novembre
1939,
attribuisce il progetto del villaggio all’Ing. Braglia;
questi, pur non essendo figura di primo piano, deve essere stato
progettista di
buon livello se aveva firmato nel 1931, insieme al Geom. Lolli, il
progetto
dell’ospedale di Argenta,
realizzato a partire dal 1933 e inaugurato proprio in quell’anno.
Scrivendo nel 1934,
quando la struttura sanitaria è ancora lontana dall’essere compiuta,
Francesco
Fiorentini ne fornisce un giudizio estetico-ideologico, collegando la
sua
erezione all’immane opera di bonifica: “Lo stile dell’opera è
Novecento, stile
severo, stile fascista, privo di ogni inutile e costosa decorazione e
delimitata dalle linee semplici dell’architettura di oggi. [...] Non
più la
‘Casa del Dolore’, il ‘Luogo del Pianto’, ma la ‘Casa della Salute e
del Sole’
sorga, in una nuova armonia di colori e di luci, in nome del Fascismo
che vuol
vivere e marciare per non avere invano strappato alla palude le vaste
plaghe
che ora attendono l’aratro”.
Del
Braglia poco si sa allo stato attuale (se ne ignora financo il nome di
battesimo). Si spera che lo studio della sua produzione venga presto
intrapreso
da qualche ricercatore di storia dell’architettura che dedichi al borgo
di
fondazione l’attenzione che merita.
Per
quanto riguarda la chiesa gli elementi maggiormente caratterizzanti
sono i
grandi archi che sottolineano la tripartizione interna. Simili arconi,
che
vanno dalla base a circa la sommità degli edifici, sono piuttosto
frequenti
nell’architettura di fondazione. Oltre che nell’accesso monumentale al
cimitero
di Tresigallo (fig. 40) si trovano negli
edifici seguenti: la facciata della
Chiesa di Santa Barbara a Colleferro (provincia di Roma - Morandi,
1934-35)
(fig. 41); quella della
chiesa di S. Marco (Frezzotti, 1935)
(fig. 42), e delle scuole
elementari (Frezzotti, 1933)
(fig. 43), a
Littoria/Latina; la chiesa di borgo S. Donato a Sabaudia (1936)
(fig. 44); la chiesa di
Aprilia (1936-7)
(fig. 45); la chiesa di
Farinia (Sicilia)
(fig. 46). Sei monumentali
archi liberi (in pietra di Vicenza) vengono inseriti
da Sironi sul piazzale verso il parco del Palazzo dell’Arte a Milano (fig. 47),
per
la prima edizione della Triennale (1933). Del tutto singolare è la
torre della
casa del fascio di Mussolinia/Arborea (Ceas, 1935) che consiste
sostanzialmente
del solo grande arcone
(fig. 48).
Una
particolare modalità di realizzazione di questi archi, in funzione
puramente
decorativa, è costituita da due o più, in mattoni a pietra vista,
inscritti
l’uno nell’altro, il secondo arco lievemente incassato rispetto il
primo e così
via, a seguire. Lo si vede, tra l’altro nel palazzo INA di Ravenna (fig. 49) e,
in pietra serena, a Firenze (fig. 50); un sistema
analogo è utilizzato da Carlo
Savonuzzi nelle finestre della scuola elementare Alda Costa a Ferrara;
ma è
conosciuto anche nella tradizione precedente come, ad esempio, nella
grande
stalla per cavalli del conte Giovanni Gulinelli a Benvignante, del 1865
(fig. 51).
L’altra particolarità - per
il momento non riscontrata in alcuna delle chiese dell’epoca - è
l’eliminazione
del catino dell’abside e la sua chiusura con un soffitto piatto che dà
origine
alla grandiosa finestra termale con croce vetrata (fig. 13). Si tratta
certamente di un’anomalia nell’architettura ecclesiastica ma tale da
realizzare
un sostanziale equilibrio luminoso con le finestre in facciata. Ha
anch’essa inoltre
un riferimento, anche se indiretto, con le chiese del passato dove il
crocefisso monumentale pende solitamente proprio dall’arco trionfale,
sopra il
punto di passaggio tra navata e abside.
6 - Stato di
conservazione
Causa
fondamentale dell’abbandono in cui si trovano chiesa e campanile è il
fatto che
gli edifici sono di proprietà demaniale, mentre la loro gestione è
affidata
alla chiesa.
Le dimensioni assolutamente fuori scala del luogo di culto, per una
comunità
così piccola e con scarsa propensione alla pratica religiosa, hanno
fatto sì
che, quando si sono manifestati seri problemi, la soluzione dei quali
avrebbe
richiesto spese ingenti, la
Curia di Ravenna ha preferito attrezzare a cappella
uno degli
ambienti della canonica.
Naturalmente
l’indagine sulla statica dell’edificio deve essere effettuata da
specialisti
della materia. Il contributo di questo lavoro può tuttavia essere
quello di
segnalare quanto dedotto da un’attenta e ripetuta osservazione diretta,
con la
preoccupazione che la mancanza di interventi adeguati conducano ad un
ammaloramento irreversibile dell’edificio.
Ci
sono crepe verticali in corrispondenza delle chiavi degli archi.
Vistose
macchie di umidità sulle volte segnalano penetrazioni d’acqua (fig. 26);
ma
il fatto che non ci siano ancora stacchi d’intonaco sembra mostrare che
queste
sono recenti e non massicce. Più gravi sono invece le penetrazioni che
interessano la parete esterna della navatella a sud, dovute
principalmente al
fatto che le grondaie non sono bene innestate nei pluviali e l’acqua si
infiltra nel muro. Ma lo strato che presenta una spessa muffa verdastra
sembra
limitarsi al colore e non interessare se non superficialmente
l’intonaco.
Più
grave è il degrado della decorazione esterna, nella forma di lastre di
travertino
applicate alle pareti di mattoni a faccia vista. Si tratta, come in
moltissimi
edifici di minore interesse dell’architettura di fondazione, di cemento
armato
di colore chiaro e rifinito con uno speciale trattamento della
superficie che
imita quella della famosa pietra romana. Il rigonfiarsi dei ferri
arrugginiti
all’interno è la causa dello sgretolarsi di queste decorazioni che,
anche
quando sembrano sane, possono distaccarsi improvvisamente sotto una
qualche
sollecitazione meccanica, com’è successo per il recente sisma che ha
fatto
crollare a terra l’intera cornice sottostante lo spiovente destro.
Il
campanile sembra da questo punto di vista in condizioni migliori. Anche
la
scala metallica interna non presenta seri problemi. Andrebbe invece
sostituita
o riparata la carpenteria lignea che regge le campane. Certamente meno
preoccupante, ancorché insopportabilmente fastidioso, è il fatto che
dalla
grande finestratura corrispondente alla cella campanaria penetrino e
nidifichino da anni i piccioni. Scale, pavimento e piani intermedi sono
di
conseguenza coperti da uno strato di guano, piccioni morti e resti di
uova
dischiuse; il fetore all’interno è insopportabile. Ma si tratta
sostanzialmente
di rimettere delle reti efficaci alle finestre ed effettuare pulizia e
disinfestazione a fondo. Le decorazioni esterne del campanile
presentano gli
stessi problemi di quelle della chiesa; fortunatamente si trovano solo
alla
base.
Appendice: l’eco della
stampa
“La seconda tappa
dell’appoderamento dell’Agro ferrarese, strappato dalla tenace volontà
degli
uomini ai miasmi della palude è dunque in atto, così come il Duce ha
comandato,
ed i tempi possiamo esserne certi, saranno opportunamente intensificati.
E l’olocausto fulgidissimo
dei Caduti del XX Dicembre ha avuto la sua più degna celebrazione con
il
coronamento di questo antico e grandioso sogno del Fascismo ferrarese.
La
promessa fatta ai nostri Morti - come ha detto Italo Balbo - è stata
mantenuta
e dalla morte nasce prodigiosamente la vita assicurando il lavoro e la
tranquillità ai nostri valorosi rurali che hanno dimostrato di meritare
questa
superba conquista sociale”
L’omaggio ai caduti ha luogo
a Ferrara, alla ‘Casa del Fascio’ dove i gerarchi convenuti rendono
omaggio al
Sacrario dove viene deposta una corona d’alloro e gerarchi e autorità
sostano
“in raccoglimento, irrigidendosi nel saluto romano”.
Un
grandioso
bilancio
Giunti ad Anita, la
cerimonia incomincia con l’omaggio ai caduti di 19 anni prima. Vengono
“commemorati i martiri del Castello Estense da cui la rivolta ideale ha
preso
l’avvio data di struggente mistica”.
Poi con un corteo di
automobili i gerarchi si portano nella zona dell’appoderamento. Nella
zona
Testa si inaugura una casa del primo lotto, dove si fa l’alzabandiera e
si
benedice. Ci si porta nella zona Umana dove si dà inizio alla
costruzione di
una casa del secondo lotto di appoderamento (il Ministro Tassinari posa
la
prima pietra). Si fa quindi una sosta a valle Boccagrande, in visita ad
una
pompa di irrigazione.
Allo stabilimento idrovoro
di Umana i gerarchi vengono accolti da coppie di contadini e contadine
vestiti
con abiti pittoreschi i quali, dall’alto di carri agricoli cantano gli
‘Inni
della Patria’.
“Durante la visita allo
stabilimento dove è stato servito un rinfresco gli illustri ospiti sono
stati
ricevuti dal Dr. Giacometti, Presidente del Consorzio della Bonifica
Argentana,
dal Direttore Rag. Soldati, dall’Ing. Braglia progettista del villaggio
‘Anita’”. Ai gerarchi vengono offerte le fotografie delle 251 case
“condotte a
termine con il primo lotto di appoderamento entro l’anno XVII”,
raccolte in due
volumi rilegati in pelle.
“La giornata trionfale si
conclude nel villaggio ‘Anita’ dove una imponente sfilata di
rappresentanze
delle forze fasciste della provincia e di lavoratori agricoli, in un
festoso
tripudio di tricolori e di gagliardetti, mentre squillavano le note
degli inni
della rivoluzione ha accolto i gerarchi [...]”
“Nel centro della radura
dove sorgerà la piazza del centro rurale dinanzi al cippo celebrativo
dell’evento era stata posta una tribuna d’onore pavesata di tricolori.
Tutto
intorno era l’imponente ammassamento in cui spiccavano con note festose
le
caratteristiche sahariane azzurre dei lavoratori agricoli e i
multicolori
fazzoletti delle massaie rurali. Erano presenti i fascisti della
colonna del
‘XX Dicembre’, reparti in armi della 76a legione M.V.S.N.
che
rendevano gli onori militari, le fanfare della G.I.L. di Ferrara e
quella di
Copparo, con il labaro del Comando Federale e tutti gli ufficiali del
Comando.
Il Nucleo universitario fascista di Argenta al completo, nonché
numerose rappresentanze
di tutti i paesi della Provincia con i relativi gagliardetti. Salutati
dalle
note di ‘Giovinezza’ e ricevuti con gli onori militari i gerarchi hanno
passato
in rassegna l’ammassamento e hanno quindi proceduto alla posa della
prima
pietra della Casa Littoria di ‘Anita’ (fig. 54).
Un
reparto in armi di avanguardisti era immobile sull’attenti. Il ministro
Tassinari ha chiuso in un bossolo di ottone una pergamena a ricordo
della
fondazione e l’ha quindi deposto in un vano scavato nel blocco di
cemento che,
dopo la benedizione,
è
stato calato nel terreno. Il Ministro ed Italo Balbo hanno infine dato
il primo
strato di calce alla pietra”.
Del Ministro si scrive:
“Proprio ieri il Ministro Giuseppe Tassinari - una mente quadrata, un
polso di
ferro, una anima ardente - confermava la volontà di condurre a termine
il
programma che ha proporzioni più vaste di quelle dell’Agro Pontino.
[...]
Si strugge il cuore di gratitudine verso
chi, onorando la memoria dei giovani che caddero in suo nome ne dilata
la
gloria [...]”. L’articolo, evidentemente ‘informato’ da una
provvidenziale
velina, oltre fornire un quadro completo degli interventi di bonifica
nel
ferrarese, traduce in modo trasparente gli obiettivi del regime, ormai
divenuti
fondamento ideologico.
A Ferrara, dove i
disoccupati raggiungevano la cifra di 120.000 “La salvezza è venuta. Il
Duce ha
fatto per l’agro ferrarese quanto tutte le generazioni precedenti non
avrebbero
neppure progettato [...]”.
L’imponenza del lavoro
compiuto è comprovato dalle cifre: 1895 km di canali
di bonifica, 309 km
di arginature, 402 km
di strade, 2196 ponti
di cui 87 con più di 10
m
di luce, 114 gruppi di pompe idrovore per la potenza complessiva di
19.398
cavalli, 231 km
di canali irrigui.
Nel complesso 22.940
ettari difesi
dalle inondazioni dei fiumi, 106.399 ettari
di terra prosciugati
meccanicamente o per scolo naturale, 62.298 ettari
di
terre aperte al beneficio dell’irrigazione. A questi dati va aggiunta
la quota
di interventi realizzati dai consorzi di bonifica finitimi di Burana e
Renana
per la parte ricadente nella provincia di Ferrara.
In complesso l’impegno
finanziario delle opere eseguite ammonta a 449.858.011 lire.
Segue la sottolineatura
ideologica: “Veniva così forgiato l’ambiente adatto a forme più evolute
di
insediamento rurale e si dava la possibilità di frazionare le grandi
unità
aziendali (50-100
ettari)
stabilizzando la mano d’opera e riducendo il bracciantato”. Si cita la
positiva
collaborazione delle grandi aziende private definendo l’opera ‘piano di
sbracciantizzazione’.
Con il primo appoderamento,
nell’anno XVII risultano costituite 210 nuove unità poderali, mentre
altre 41
sono ampliate e trasformate. In 251 case di nuova costruzione o
radicalmente
trasformate hanno trovato ‘stabile sede’ 288 famiglie coloniche di
braccianti e
compartecipanti agrari “ormai definitivamente sottratti agli stenti ed
all’incertezza dell’avventiziato”.
La
comunicazione al fondatore
dell’impero
Dopo la cerimonia ad ‘Anita’
è stato inviato al duce il seguente telegramma.
“In questa terra strappata
all’acquitrino e alla malaria dove nell’Era fascista sono state
compiute opere
pubbliche di bonifica per quattrocentoventidue milioni di lire e con le
ultime
bonifiche di Burana e Renana interessanti la provincia di Ferrara
quattrocentocinquanta milioni viene inaugurato nel vostro nome, Duce,
nell’anniversario glorioso del Fascismo ferrarese il primo lotto
dell’appoderamento. Duecentocinquantuno fabbricati per
duecentoottantotto
famiglie con un complesso di spesa di miglioramento di quarantacinque
milioni
seguono il consuntivo di questa prima tappa che si conclude mentre
hanno inizio
i lavori di appoderamento per il secondo lotto e la fondazione del
villaggio
Anita. - Maresciallo BALBO,
Ministro dell’Agricoltura TASSINARI,
Vice-Segretario del Partito MEZZASOMA”.
CORRIERE DI FERRARA
Dall’edizione ferrarese del
Corriere Padano val la pena di riportare quanto scritto in un breve
articolo di
spalla (L’arrivo di Italo Balbo), il quale dà conto dell’arrivo
a
Ferrara del Maresciallo d’Italia, alle 19 del giorno precedente
“partito
espressamente da Tripoli per presenziare alla [...] inaugurazione del
primo
lotto dell’appoderamento, la fondazione di Anita e l’inizio dei lavori
del
secondo lotto”.
Interessante è inoltre L’epigrafe
commemorativa del fausto avvenimento:
“FONDATA PER VOLONTA’ DEL DUCE /
DAL FASCISMO FERRARESE /
NEL DI’ SACRO AI SUOI MARTIRI / IL 20 DICEMBRE 1940 / XVIII DELL’ERA
FASCISTA -
III DELL’IMPERO / ANITA / PRIMA NATA SULLA BONIFICA DEL MANTELLO /
GERMOGLI /
FIORENTI MESSI ROBUSTI FIGLI / AL LITTORIO”.
Sono però 172 i siti nei quali sono stati rilevati
edifici di quest’epoca, riportati nel catalogo della mostra Città
di
fondazione italiane 1928/1942 (vd. Bibliografia) pp. 342-3.
Avviata dopo che era stata lanciata dal Duce la
“battaglia del grano”, la ruralizzazione prende le mosse dal “discorso
dell’Ascensione”, tenuto da Mussolini alla Camera il 26 maggio 1927;
viene poi
riproposta nel dicembre dell’anno successivo, in un articolo pubblicato
su Il
Popolo d’Italia, dallo sbrigativo titolo: Sfollare le città.
La “legge Mussolini” sulla bonifica integrale è del
24 dicembre 1928. Nel 1935, al termine del sottosegretariato di Arrigo
Serpieri, il regime riduce gli investimenti in questo settore in
previsione
della preparazione bellica alla campagna d’Etiopia.
B. Bracco, La Patria
ferita. I corpi dei soldati
italiani e la Grande
guerra, Firenze, Giunti, 2012.
Un particolare apprezzamento venne dal Presidente
degli Stati Uniti Roosevelt, non tanto per gli aspetti tecnici, quanto
per
l’organizzazione corporativa, in ragione dell’analogia con il dirigismo
del New
Deal.
Il 4 marzo 1926 era stato istituito col R.D. n. 440
un ‘Comitato per le migrazione interne’, alle strette dipendenze del
Capo del
Governo. Successivamente nel R.D. del 20 giugno 1930, n. 870, le
attribuzioni
relative al Comitato diventano definitivamente di spettanza di
Mussolini che
controlla, oltre al Ministero dell’Agricoltura, quello dell’Interno, le
Corporazioni e i Lavori Pubblici.
Mariani, p. 145.
Ivi, pp. 144-7.
Un interessante resoconto sul rendimento dei terreni
di bonifica del Mantello, in precedenza invase periodicamente dalle
acque salse
delle valli di Comacchio, mette in luce che si richiedevano numerose
annate
agrarie perché entrassero davvero in
produzione, con particolare resistenza nei confronti di alcune colture;
L.
Delle Cesie, Cronaca agraria, Ravenna, Tipo-Litografia Strumìa
&
Tazzari, Anno XV, pp. 1-11.
Vanno prese con grande cautela, infatti, le
affermazioni spesso enfatiche del regime al proposito, come il discorso
di
Mussolini per il quarto anniversario della Marcia su Roma, il 28
ottobre 1926:
“I lavori delle bonifiche continuano alacremente in ogni plaga
d’Italia. Le
paludi Pontine, che da 2000 anni attendevano la redenzione, saranno fra
poco
una zona salubre e feconda, attraversata dalla direttissima Roma-Napoli
che
l’anno prossimo sarà aperta al traffico. Nei campi, fra i rurali
pacificati dal
Fascismo, l’entusiasmo per la battaglia del grano è aumentato, mentre i
60
milioni di quintali raccolti dimostrano che la vittoria è possibile e
sarà raggiunta”;
Mariani, p. 59. La prima ‘città’, Littoria, sarà inaugurata da
Mussolini solo
il 18 dicembre 1932; seguiranno Sabaudia, il 21 aprile
1934, Pontinia il 28 ottobre 1935, Aprilia il 29 ottobre 1937,
Pomezia il 3 giugno 1938. Vengono realizzate con cantieri condotti in
condizioni spesso disastrose: “non c’è foto di inaugurazione dove non
si notino
macchie di vernice o zone dimenticate”; ivi, p. 89.
B. Mussolini, Scritti e Discorsi, Milano,
1935, vol. IX, p. 115; cfr. Nuti e Martinelli, p. 154.
Una ‘ideologia eclettica’ la definisce acutamente
Togliatti nell’analisi sul fascismo presentata a Mosca, nel 1935, in un
incontro con
operai italiani; P. Togliatti, Lezioni sul fascismo (1935),
Roma 1974,
p. 14.
In realtà il censimento del 1901 rivela non solo che
l’Italia è un paese eminentemente agricolo, ma che anche
l’urbanizzazione è
limitata: solo 11 comuni hanno più di 100 mila abitanti; Napoli, che è
la più
popolosa ne conta 564 mila, seguita da Milano e Roma.
Questa situazione si è ripetuta ad ogni successiva
riforma agraria in Italia, con la differenza che l’allontanamento dal
centro
del borgo e riuscita, anche se solo parzialmente, nella riforma del
Delta
Padano ma è completamente fallita in Calabria, dove le case coloniche
sono
state abbandonate, asportando tutto il possibile, comprese le tegole
dal tetto.
Mariani, p. 74.
L. Piccinato, Il significato urbanistico di
Sabaudia, in Urbanistica, 1934, a. III, V. 1.
G. Giovannoni, La urbanistica..., pp. 17-8;
cfr. Nuti e Martinelli, pp. 155-6,
ONC. AD., Progetto del Centro Comunale di Pontinia.
Relazione Generale; cfr. Mariani, pp. 103-4.
Nuti e Martinelli, op cit., p. 166.
Ivi, p. 157.
Ivi p. 168.
Città di fondazione italiane...,cit., p.122 e p.123, fig.2.
Ivi, p.186, fig.3.
Ivi, p. 189, fig. 1.
Ivi, p. 139, figg. 1-2.
Ivi, p. 244, fig. 2.
Ivi, p. 186, fig. 1.
Ivi, pp. 228-9, p. 231, fig. 2.
L’assonometria è tratta dallo Studio
di fattibilità per la valorizzazione di un complesso di
edifici ad Anita (20.07.2012), elaborato dallo Studio Associato di
Architettura ARC.LAB (Ravenna). Ringrazio l’architetto Stefano Villani,
dell’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Argenta, per avermi
consentito
di consultare i documenti relativi all’intervento di ripristino degli
edifici
civili del centro di Anita.
Tratta da D. Giglioli, Argenta e i suoi dintorni.
Itinerario storico-artistico di Argenta e del suo territorio, vol.
I,
Ferrara, Belriguardo, 1984, p. 166.
Derubate alcune delle statue nel 2008, lo scultore
ne ha realizzato una nuova versione, inaugurata il 7 aprile 2012, nella
ricorrenza della liberazione di Anita.
Studio di fattibilità per la valorizzazione..., cit.,
pp. 10-11.
P. 91.
M. Piacentini, Aprilia, in Architettura,
maggio 1936, p. 201; cfr. Mariani, p. 114.
Ivi, p. 128. Si fa riferimento in particolare
all’opera di O. Spengler, Il tramonto dell’occidente: Lineamenti di
una
morfologia della storia mondiale, Milano, Longanesi, 1957.
Mariani, p. 131.
Ivi, p. 135.
Costituisce una lodevole eccezione il volume Città
di fondazione italiane..., cit.
Le informazioni sulla bonifica sono tratte dallo Studio
di fattibilità..., cit., pp. 5-6.
Nel 1974 il Consorzio è entrato a far parte di
quello della Bonifica del II Circondario Polesine di S. Giorgio.
L’archivio
delle Bonifiche Argentane è attualmente conservato presso l’Idrovoro
Aleotti di
Bivio Medelana, non più in uso; è pertanto consultabile con estrema
difficoltà
(devo l’informazione alla cortesia della d.ssa Barbara Guzzon).
Studio di fattibilità..., cit.
Le informazioni dell’intero capoverso sono tratte
da: Recupero del centro di Anita per funzioni turistiche ricettive
e sociali
- Progetto esecutivo - Relazione tecnica descrittiva, dello Studio
Associato di Architettura ARC.LAB (Ravenna), p. 1.
La data (1941) si trova al di sotto del marchio
ovale della fonderia (FONDERIA ARCIV.
PONTIF. / CAV. C. OTTOLINA / SEREGNO). Sopra è uno stemma
papale, composto nel modo
seguente: uno scudo che include un’aquila ad ali aperte, coronato da un
triregno con chiavi papali incrociate; ai lati sono due figure virili
nude
stanti, a braccia conserte, accostate allo scudo.
In una lettera della Cancelleria Arcivescovile alla
Sacra Congregazione per i Sacramenti, del 1948 (4274/48) si chiede e
ottiene la
facoltà di celebrare la
Messa
su un altare mobile, nei centri abitati di Anita e Lazzaretto “dai
quali con
grave difficoltà si può accedere a chiese e oratori”.
Lettera dell’arcivescovo (11.08.1951) al Presidente
delle Bonifiche Argentane, con la quale si chiede anche la cessione di
Chiesa,
canonica e terreno annesso; Cancelleria Arcivescovile.
In una lettera datata 15.06.1955, indirizzata al
Sindaco di Argenta e al Prefetto di Ferrara si dice che la chiesa è
stata da
poco restaurata; Cancelleria Arcivescovile.
Cronicon, 20.09.1956.
Ibidem.
Decr. N. 24/54;
Decr. 6 marzo 1956, N. 370, del Presidente della
Repubblica Giovanni Gronchi (Gazzetta Ufficiale N. 115/1956).
Don Bruno Minghetti (dal 04.06.1954), Don Giuseppe
Lulich (dal 15.07.1954), Don Quinto Bisi (dal 15.11.1954), Don Pasquale
Filippi
(dal 08.10.1955); la corrispondenza relativa alle nomine si trova alla
Cancelleria Arcivescovile.
Cronicon, 20.09.1956.
“Vivo in due stanze al primo piano con mia mamma
[...] mia mamma dorme in uno stanzino stretto e sacrificato - io dormo
in
cucina”; ivi, 18.09.1956.
Ivi, 05.10.1956.
Città di fondazione italiane..., cit.,
p. 201, fig. 2
Nel 1941 l’arcivescovo di Ravenna e vescovo di
Cervia era Mons. Antonio Lega.
Città
di fondazione italiane..., cit., p. 115.
Ivi, pp. 106-15.
Vedi Appendice. Ugo Malagù assegna invece il
progetto del complesso edilizio, senza segnalare la fonte, all’ing. “A.
Roncoroni di Milano, realizzato dal Consorzio delle bonifiche argentane
negli
anni 19440-1941”;
Guida del ferrarese, tomo primo, p. 161.
Approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori
Pubblici il 29 luglio di quell’anno.
F.
Fiorentini, Problemi cittadini, l’ospedale civile, in Argenta
nelle
realizzazioni del passato e nelle promesse dell’avvenire, Comune di
Argenta,
pp. 31-32; cfr. G. Bersani, C’era una volta Argenta, Ferrara, Edisai,
2009, pp.
63-64.
In quell’anno stava per essere completato ad Argenta
il mercato coperto, di assai diversa impronta stilistica; C. Zaghi, Argenta
Attraverso i secoli, in Argenta nelle realizzazioni...,
cit., pp.
4-10, p.8.
Fiorentini, op. cit., p. 32
La ricerca dovrebbe partire da un’indagine sulle
opere dei progettisti attivi in quel lasso di tempo tra Ferrara,
Ravenna e
Bologna; in particolare: Carlo Savonuzzi, Ciro Contini, Giorgio
Gandini, Mario
Loreti e Giuseppe Vaccaro, tutti ingegneri. Ringrazio il Prof. Arch.
Davide
Turrini per queste apprezzate indicazioni.
Città di fondazione italiane 1928/1942, p.
140 e p. 143, fig. 2.
Ivi, p. 171, fig. 1.
Ivi, p. 181, fig. 1.
Ivi, p. 206, fig. 2.
Ivi, p. 223, fig. 2
Ivi, p. 293.
Negri, pp. 198-9,
fig. A.
Città di fondazione italiane..., cit., p.
256, fig. 1.
Lo si deduce dall’epigrafe sulla targa marmorea che
sovrasta la porta di accesso anteriore alla stalla: GIOVANNI
CONTE GULINELLI / DELLA RAZZA EQUINA AMANTISSIMO / QUESTA FABBRICA
EDIFICAVA /
MDCCCLXV.
E’ in corso una trattativa tra il Demanio e la Curia
Arcivescovile di Ravenna
per il trasferimento di proprietà. Devo l’informazione al Sindaco di
Argenta,
dr. Antonio Fiorentini.
Macchie di umidità sulla volta centrale, verso il
presbiterio, sono visibili nella fotografia dell’interno della chiesa
pubblicata dal Giglioli, op. cit., p. 168.
Il testo letto da uno speaker fuori campo recita:
“La redenzione della terra nel ferrarese. Il Ministro dell’Agricoltura
e il
Maresciallo Balbo hanno inaugurato il primo lotto dell’appoderamento
iniziato
lo scorso anno, che interessa oltre duecentomila ettari di vecchia
coltura o di
recente bonifica, e dato inizio alla costruzione della casa del fascio
intorno
alla quale sorgerà il secondo centro rurale della grande bonifica, il
nuovo
villaggio che per volere del Duce assumerà il nome di Anita, in omaggio
alla
compagna dell’eroe dei due mondi, morta nei pressi di questa località”.
Il
filmato mostra la posa della prima pietra, dopo la benedizione, lo
scoprimento
di una colonna davanti alla quale, sopra un carro agricolo pavesato a
festa e
trascinato da un trattore, i gerarchi fanno il saluto romano, di fronte
ad una
folla sterminata e plaudente.
Vale la pena di ricordare il fatto e l’antefatto ai
quali ci si riferisce. Il momento è quello estremamente turbolento
della
nascita del fascismo nella valle Padana (a Bologna il fascio viene
fondato il 9
aprile 1919) - forte dell’appoggio degli agrari - con una propensione,
mostrata
da subito, all’uso sistematico della violenza. Sul fronte opposto c’è
l’intensificarsi delle lotte operaie che arriva, nel 1920,
all’occupazione
delle fabbriche e provoca un’ondata antisocialista che coinvolge le
forze
liberali e i nazionalisti. La situazione si radicalizza a seguito delle
elezioni amministrative che si svolgono tra settembre e ottobre del
1920, nel
quale il Partito Socialista si afferma come seconda forza politica del
paese,
dopo i liberali. La vittoria più clamorosa i Socialisti l’ottengono
proprio a
Bologna, vittoria che sfocerà nella strage di Palazzo d’Accursio. E’ il
21
novembre e l’atmosfera è quasi di guerra civile. Nei giorni precedenti
i
fascisti avevano saccheggiato la Camera del Lavoro; in risposta i
socialisti decidono di dare
particolare visibilità all’insediamento della nuova Amministrazione
Comunale
convocando una grande adunata per il pomeriggio. Il leader fascista
Arpinati fa
altrettanto con i suoi dopo aver fatto affiggere in città dei manifesti
in cui
si invita la popolazione a rimanere a casa per non essere coinvolta
negli
scontri tra militanti delle opposte forze politiche. Quando il sindaco
Gnudi,
socialista massimalista, si affaccia al balcone circondato dalle
bandiere rosse
del partito, alcune centinaia di fascisti entrano nella piazza e
sparano colpi
d’arma da fuoco che creano il panico tra gli astanti; dalle
testimonianze dei
presenti si sa che anche carabinieri e guardie regie sparano verso
l’edificio.
A questo punto da una finestra del palazzo vengono gettate alcune bombe
nella
piazza; nella folla si lamentano nove morti e una cinquantina di
feriti, tutti
socialisti. Contemporaneamente nella sala consigliare qualcuno spara
dal
settore destinato al pubblico, uccidendo il consigliere nazionalista
Giulio
Giordani, mutilato di guerra, uccidendolo. In risposta il governo
scioglie
l’amministrazione comunale e nomina un commissario. La stampa locale
accusa
della strage i “bolscevichi”, mentre si intensifica l’attività delle
squadre
fasciste che prendono di mira le roccaforti dei socialisti nelle città
ma anche
nelle campagne. La situazione può essere così sintetizzata: “[...]
creazione
dello squadrismo e applicazione della violenza come metodo di lotta
politica
furono un prodotto dei fasci cittadini a mano a mano che nelle città si
saldava
il fronte antisocialista (N. Tranfaglia, N. Bobbio, A. D’Angiò, P.
Kemeny, La Storia
d’Italia,
20, L’avvento del fascismo e il regime, La Biblioteca di
Repubblica, 2005, p. 154).
I fatti di Ferrara si
svolgono ad un mese di distanza dalla strage di Bologna. I militanti
dei Fasci
Italiani di Combattimento organizzano un corteo funebre per commemorare
la
figura di Giulio Giordani; mentre si dirige verso il Teatro Comunale
vengono
esplosi alcuni colpi di arma da fuoco, attribuiti a militanti
socialisti, che
lasciano a terra tre morti (Gozzi, Magnani e Pagnoni) e numerosi feriti
(le
notizie sono riportate su La Stampa e L’Avanti,
del 22 dicembre). Sono questi i “martiri” che vengono commemorati ad
Anita e
nel nome dei quali il villaggio viene fondato.
Nello Quilici, direttore del giornale.
Una fotografia dell’evento è pubblicata da V.
Penazzi, in: Anita. Dall’antica Humana al 7 aprile 1945. Una terra,
la sua
gente, Alfonsine 2007, p. 18.
Impartita da don Battista Geminiani; ibidem.
Ringraziamenti
Sono grato a Don Maurizio
Venturini, precedente parroco di Anita, per averr consentito di
visitare e
documentare l’interno della chiesa e del campanile, a quel tempo non
più
utilizzati; all’attuale parroco Don Sante Bertarelli per aver
facilitato la
consultazione dell’archivio parrocchiale. Ringrazio inoltre Matteo
Bandini,
presidente del Consiglio di Partecipazione, per l’incoraggiamento
mostratomi
fin da subito; Vanni Geminiani e Daniele Alberti per l’aiuto nella
preparazione
della chiesa alla campagna fotografica e nella realizzazione dei
rilievi
metrici; a Daniele Alberti è dovuta anche la loro trasposizione
grafica, mentre
Vanni Geminiani ha contribuito con la consueta generosità alla ricerca
delle
fonti.
Bibliografia di
riferimento
R.
Mariani, Fascismo e
“città nuove”, Milano, Feltrinelli Editore, 1976.
N.S. Onofri, La
strage di
Palazzo D’Accursio. Origine e nascita del fascismo bolognese,
Milano 1980.
L. Nuti, R.
Martinelli, Le
città di strapaese. La politica di “fondazione” nel ventennio,
Milano,
Franco Angeli Editore, 1981.
A. Cederna,
Mussolini
urbanista: lo sventramento di Roma negli anni del consenso,
Bari,
Laterza, 1979.
G. Ciucci,
Gli architetti
e il fascismo. Architettura a città 1922-1944, Torino, Giulio
Einaudi
Editore, 1989.
A. De Bernardi, S.
Guarracino (a cura di), Il fascismo, Milano, Bruno
Mondadori, 1998.
M. Stampacchia, “Ruralizzare
l’Italia!”. Agricoltura e bonifiche tra Mussolini e Serpieri (1928-1943),
Milano 2000.
N. Tranfaglia, N. Bobbio,
A.
D’Angiò, P. Kemeny, La Storia
d’Italia, 20, L’avvento del fascismo e il regime, La Biblioteca di
Repubblica, 2005.
Città di fondazione
italiane 1928/1942, cat. della
mostra (Latina 2005-2006, Cagliari 2006, a cura di G.
Pellegrini), Latina, Novecento,
2005; in particolare: G. Parlato, Bonifica integrale e anni del
consenso,
pp. 19-26; G.B. Guerri, Nuove città per gli Italiani nuovi, pp.
23-6; G.
Accame, L’economia delle bonifiche, pp. 27-32.
A. Guarnieri, Il
fascismo
ferrarese, Ferrara, Casa Editrice Tresogni, 2011.
A. Negri (a cura di), Anni
Trenta. Arte in Italia oltre il fascismo,
cat. della mostra (Firenze 2012-2013), Firenze, Giunti Editore, 2012.
Filo, 20 dicembre 2012
Raccolta immagini
cliccare sulle miniature per ingrandire:
Il PASSAGGIO DEL FRONTE AD
ANITA*
Vander Penazzi
Quando nell’autunno 1944 gli
Alleati, superata sul versante adriatico la Linea Gotica,
si
stavano avvicinando a Ravenna, i comandi Tedeschi cominciarono a
predisporre
delle linee difensive fra Ravenna e Ferrara sfruttando al massimo le
opportunità che il territorio offriva loro.
Una di queste venne
approntata nella zona di Argenta. Essa era costituita ad Ovest dagli
argini del
Reno e dalla larghezza del corso del fiume; a sud in zona S.
Biagio-Bastia
sfruttando la intersezione degli argini del Reno e del terrapieno della
ferrovia; ad Est producendo dei vasti allagamenti con la sistematica
distruzione di ampi tratti degli argini perimetrali della valli di
Comacchio e
saturando i terreni rimasti scoperti con estesi campi minati.
Contemporaneamente
all’inizio di queste opere venne impartito alla popolazione civile
l’ordine di
sfollamento di quest’area ritenuta di grande importanza strategica.
Molte
famiglie furono accolte da amici e parenti in località ritenute non
strategicamente importanti, altre dovettero cercare soluzioni diverse.
Un buon numero di civili
residenti ad Argenta, S. Biagio e Bando trovarono rifugio negli edifici
appena
ultimati in quello che, fondato nel 1939-40 nella zona della valle
Umana, era
stato chiamato: Villaggio Anita Garibaldi.
Gli edifici in oggetto erano
fondamentalmente tre: la casa del fascio, la scuola con annessa
palestra, la
chiesa non ancora consacrata, e la relativa canonica. Trattandosi di
edifici
grandi con spazi interni molto vasti, i nuovi arrivati dovettero
sistemarsi, delimitando
gli spazi interni con masserizie accostate fra di loro o con materiali
di
ricupero: assi, tende e quant’altro.
Nella chiesa alcune stufe a
legna che servivano per riscaldare un minimo i locali e per cucinare
vennero
sistemate sotto la torre campanaria in modo che i fumi uscissero senza
provocare fenomeni di asfissia all’interno dell’edificio.
A fine dicembre 1944 gli
Alleati, ai quali si erano aggregati anche gli uomini della 28a
brigata partigiana comandata dal colonnello Arrigo Boldrini (“Bulow”)
raggiunsero Sant’Alberto, il Reno e si attestarono sull’argine destro
del fiume
dalla confluenza del Senio fino al mare.
Nei mesi successivi la
ricognizione aerea, con i rilevamenti aerofotografici, e quella sul
terreno
compiuta da ufficiali osservatori inglesi, che si muovevano a Nord del
Reno
guidati da partigiani locali, fornirono ai comandi alleati le più ampie
informazioni circa la situazione topografica del territorio e quelle
relative
alla dislocazione sul campo delle truppe tedesche. Questi, infatti,
conoscendo
la tattica alleata di spianare i centri abitati con massicci
bombardamenti
avevano evitato di concentrare uomini e mezzi nel paese e tenevano le
loro
truppe trincerate dentro dei capisaldi in aperta campagna.
Prima dell’inizio delle
operazioni, ai primi di aprile 1945, gli Alleati fecero pervenire ai
civili,
tramite l’organizzazione partigiana, il consiglio di rifugiarsi negli
edifici
più grandi. Icomandi inglesi,
perfettamente a conoscenza della situazione sul territorio, avevano
deciso che su di questi,
ormai ben identificati e localizzati, non sarebbe stato necessario
effettuare
bombardamenti di alcun tipo.
A questo punto anche quasi
tutti i residenti abbandonarono le piccole case nelle campagne per
rifugiarsi
dove era stato loro consigliato, anche se non ne conoscevano i motivi.
Il 6 Aprile 1945 iniziò
l’operazione d’attacco ‘Lever’ per il superamento del Reno ed il
raggiungimento
della Fossa di Navigazione ad Ovest di Anita, in direzione di
Longastrino.
Mentre gli uomini della 167a brigata
di fanteria britannica cercavano di
aprirsi un varco nelle linee tedesche, tenuta dalla 42a divisione
cacciatori, l’aviazione si accaniva contro i capisaldi e l’artiglieria
martellava in continuazione quelle che potevano costituire le vie di
comunicazione del nemico, cioè: la strada per la Rotta Martinella,
la golena dell’ex Po vecchio di Primaro e la strada che correva vicino
all’argine del Reno; tutti luoghi ben distanti dal centro del paese.
Nel giro di due giorni ed in
seguito alla costruzione, nei pressi di Sant’Alberto, di un ponte che
permise
il transito dei carri armati del 10o reggimento ‘Ussari’,
il fronte
superò l’abitato di Anita e Madonna del Bosco in direzione Longastrino,
che
venne liberato nei giorni successivi.
Il fronte era ormai passato,
l’abitato non aveva subito danni rilevanti e, soprattutto non si erano
lamentate vittime, fra la popolazione civile, imputabili all’azione
delle
truppe alleate.
Dopo il 25 aprile, con il
crollo del fronte tedesco e la rapida avanzata degli alleati verso il
Veneto,
quasi tutti gli sfollati di Argenta, S. Biagio e Bando fecero ritorno
alle loro
case.
La chiesa a la scuola
vennero sgombrate quasi subito, nella canonica alcune famiglie rimasero
per
anni e nella ex casa del fascio continuarono a viverci fino alla fine
del
secolo, quando l’amministrazione comunale decise di ristrutturare
l’edificio e
ricavarne un Centro Civico Polifunzionale.
(*) Le testimonianze sui
fatti riportati sono state raccolte da Vander Penazzi il 09.09.2012
presso i
coniugi Mazzesi Enzo nato il 27.09.1925 e Mazzotti Aurelia nata il
02.07.1927,
e presso i coniugi Tosi Walter nato il 20.03.1933 e Ballardini Carmen
nata il
12.08.1934; tutte erano residenti ad Anita all’epoca degli avvenimenti.
|